Gabriele D'Angelo e Giuly Damiani
Gabriele D'Angelo e Giuly Damiani

Pescara, 17 luglio 2019 - Giuly Damiani, 31 anni, anche lei in qualche modo è una superstite di Rigopiano. Nella strage ha perso il fidanzato. Gabriele D’Angelo aveva la sua età quando è morto. Era un volontario esperto della Croce Rossa, cameriere all’hotel. Ha chiesto aiuto a tutti, inutilmente, fin dal mattino. "Provo così rabbia quando ci penso. Sono delusa da chi doveva intervenire e non l’ha fatto. Mi sento presa in giro dalle istituzioni, da chi ci rappresenta. Uno deve sperare solamente di non aver bisogno di aiuto".
Alle 11.38 del 18 gennaio 2017, 5 ore e 11 minuti prima della valanga, Gabriele aveva chiamato la prefettura. Ma la telefonata non si trovava più.
"Quel giorno ci siamo sentiti e scambiati messaggi tante volte. Dopo la prima scossa di terremoto delle 10.25, era molto molto teso, non quello di sempre. Mi ha comunicato paura e rassegnazione insieme".
Nel pomeriggio alle 14.55 le scrisse, "’more puoi passare al comune di Farindola". Cosa fece?
"Sono andata subito, non ho trovato nessuno. Ho incontrato per caso il tecnico comunale, Enrico Colangeli".
Uno degli indagati, quello dell’infelicissima risposta, agli atti dell’inchiesta: "Che stessero tranquilli al caldo, tanto lassù hanno tutto". Lei come reagì?
"Pensai fossero parole superficiali, non me la sentii di riferirle a Gabriele. Cercai invece di fargli coraggio, di rassicurarlo. Partiranno domani statti tranquillo, sarà come è successo a me, finirà tutto".
Invece è finita con una delle stragi più gravi di sempre. Lei nel 2015 lavorava a Rigopiano, a marzo era rimasta bloccata per un altro nevone.
"Con Gabriele ci eravamo conosciuti proprio all’hotel, lì avevamo deciso di sposarci. A dicembre mi aveva regalato l’anello. Dovevamo organizzare tutto. Non abbiamo avuto tempo".
Quanti messaggi e telefonate vi siete scambiati il giorno della strage?
"Non ricordo nemmeno, è stato un continuo, abbiamo cominciato a sentirci fin dal mattino presto. Sempre in modo molto veloce, lui doveva pensare a mille cose".
Dopo le prime scosse di terremoto, Gabriele aveva chiamato anche il centro operativo di Penne, che era insieme posto di coordinamento avanzato della prefettura. Altre telefonate nel pomeriggio. Lei era la sua ultima speranza?
"Forse ha pensato questo. In quel momento l’ho sentito preoccupato davvero, mi ha chiesto espressamente aiuto. Le scosse di terremoto si erano ripetute, tutti volevano andare via. Gli ospiti erano nel panico".
In trappola.
"Non arrivava nessuno a liberare la strada, la terra continuava a tremare. Loro si vedevano davanti un muro di neve, non sapevano dove andare. La mattina potevi anche dire alla gente, dai arrivano. Ma dopo? Alle 4 era buio...".
Agli atti dell’inchiesta c’è l’appunto sul brogliaccio del Coc di Penne, "D’Angelo Gabriele, hotel Rigopiano evacuazione", annota un volontario. Cosa prova quando rilegge quelle parole?
"Rabbia, delusione, amarezza, tanto schifo. Mi chiedo: come si fa a stare tranquilli? Tutto quello che è successo è dovuto a persone che semplicemente non hanno fatto il loro dovere".
Quando pensa a Gabriele, invece?
"Sono orgogliosissima di lui, di quello che ha fatto fino all’ultimo. Non avevo dubbi che fosse così, come si è dimostrato: generoso, pronto, non so come definirlo...".
Eroico?
"Sì, eroico alla fine".
Cosa si aspetta dal processo?
"Spero veramente che ci sia giustizia. Che tutti, ma proprio tutti i colpevoli, paghino per le loro colpe. Lo spero ma ho anche dei dubbi. Davvero, mi chiedo, verrà fuori la verità?".