Rigopiano (Farindola), 24 aprile 2018 - Fanno i turni. Arrivano dalle Marche, da Roma, da tutto l’Abruzzo. Sentinelle nel cantiere più doloroso che ci sia, qui si separano i ricordi dalle macerie. Ma le famiglie di Rigopiano – mamme e papà, fratelli e nipoti – sono quassù tutti i giorni. Qualcuno anche domani, nei fine settimana e per il primo maggio, guardiani di un luogo che considerano sacro. Temono che in questo lungo ponte si possano ripetere picnic e gite, com’è successo a Pasquetta. Anche se ora hanno montato per un gran pezzo una rete di metallo, difesa delle rovine che sono ormai cumuli di macerie spianate, una pinza ha sollevato il tetto e sbriciolato il cemento armato come fosse burro.

"Questi sono i resti dell’altra volta", e mentre lo dice Francesco Di Michelangelo, che sembra ancora più giovane dei suoi 23 anni, sposta con un piede bottiglie di plastica e carte, il segno dell’ultimo bivacco, nel campo accanto alla strada. Vorrebbe averli davanti, quelli. Dirgli con che cuore, perché lui qui ha perso gli zii: Dino e la moglie Marina Serraiocco. Si è salvato il cuginetto Samuel, uno dei bimbi miracolati dalla valanga. Francesco è partito da Chieti con il babbo Alessandro, fratello maggiore di Dino e come lui poliziotto. Vincenzo Cicioni è arrivato da Roma, ha perso la figlia Valentina. C’è tanta solidarietà perché magari una famiglia ha già ritrovato tutto dei suoi cari ma sta qui per dare una mano agli altri. Il quartier generale del dolore è in un container all’ingresso del cantiere, accanto c’è una postazione dei carabinieri. "Arriva un altro sacco", dice qualcuno. È pieno di ricordi, gli operai lo consegnano ai militari. Seguono foto e verbali, poi le immagini sono archiviate sul sito del comitato, la restituzione ai parenti avviene dopo il riconoscimento.

Quando si fermano le ruspe si sente un gran silenzio, i familiari hanno occhi gonfi di dolore e stanchezza. "Questo luogo per noi è sacro, abbiamo anche il timore di avvicinarci, per non calpestare le tombe dei nostri cari", non trova pace Paola Ferretti, la mamma di Emanuele Bonifazi, ragazzo brillante che conquistava i clienti per la sua simpatia, aveva 31 anni e faceva il receptionist in hotel. È partita all’alba con il marito Egidio da Pioraco, nel Maceratese. Sorveglia il lavoro delle ruspe, ogni giorno ci sono oggetti da riconoscere. Hanno recuperato borsoni e valigie, telefoni cellulari, abiti ancora sulle grucce, una scarpa qua e l’altra all’opposto del cortile. 

Perché è in questa zona che ora stanno scavando. Poi si dovrà affrontare la parte più difficile, il punto dove sono stati recuperati i corpi, il centro del dolore. Le ruspe fanno mucchietti di macerie, gli operai separano a mano quel che è da tenere e quel che va mandato in discarica. C’è il dolore di un obitorio a cielo aperto, tra quelle macerie voltate e rivoltate ci sono frammenti di vite da recuperare. Arriva una coppia da Milano, "siamo qui per una preghiera". Poi due fidanzati, lui scatta foto quasi di nascosto. Sabato 14 maggio saliranno quassù gli atleti del Giro d’Italia. Maurizio Formichetti, organizzatore della tre giorni in Abruzzo, chiarisce che sarà un momento privato. Il giorno dopo la tappa della gara, su per i tornanti - in sofferenza - della provinciale. E domani cosa diventerà Rigopiano? "Tornerà a vivere – immagina Paola Ferretti –. Ma non potrà mai essere come prima".