Roma, 4 gennaio 2018 - Il 'salone di Marinella' è il cuore di casa Colangeli, qui nella parte alta di Farindola, ai piedi del Gran Sasso, il comune di Rigopiano. Una grande taverna, come usa da queste parti: sa di riunioni in famiglia, di tavolate, di amici. Ovunque preghiere e ritratti, aveva solo 30 anni ed era così orgogliosa del suo lavoro, responsabile Spa dell’hotel, «quella è la foto dell’ultimo corso di aggiornamento, Barbara D’Urso quando arrivava chiedeva sempre di lei. Eravano qui per il suo ultimo compleanno. L’unica volta che ha voluto festeggiarlo...». Nicola, il padre di Marinella, è un abruzzese dal cuore grande e dal volto buono, ma non riesce a sorridere. «È andato su in montagna», dicono di lui quando nessuno lo trova, dopo il turno nella tabaccheria di famiglia. Vuol dire a Rigopiano, per una preghiera davanti alle macerie. È così ogni giorno. Sono solo dieci chilometri ma il paesaggio cambia, lassù sei davvero lontano da tutto, il resort esclusivo aveva fondato la sua fortuna anche su questo, un paradiso incontaminato. Tra la gente affiora un sentimento inconfessabile. «Certe volte sento dire, no, ancora Rigopiano», confida Nicola. Tra i banchi del mercato a Penne commenti non troppo diversi. Una donna è imbarazzata dalla domanda: «Le disgrazie succedono tutti i giorni. Non giustifico nessuno ma la neve che è venuta l’anno scorso non c’è mai stata. È successo». Abbassa lo sguardo e se ne va.

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Destini incrociati e sentimenti complessi, nel piccolo universo di Farindola. Perché qui vivono famiglie delle vittime e indagati eccellenti. Sono finiti nell’inchiesta gli ultimi tre sindaci. Ilario Lacchetta, l’attuale, si preoccupava delle previsioni meteo già dal 14 gennaio – come hanno rivelato le intercettazioni –, ma non aveva chiuso la strada. La provinciale 8 che sarebbe diventata un muro di neve, una trappola mortale. Nicola dice solo, «difficile sì, ma noi non odiamo nessuno». Nell’indagine anche il suo medico di famiglia, l’ex primo cittadino Antonio De Vico, e un nipote, il tecnico comunale Enrico Colangeli.

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BASTA un niente a urtare i sentimenti di chi convive con un dolore martellante, perché una morte improvvisa ti lascia con il fiato in gola. «Non vogliamo essere associati agli indagati», ripete sempre Gianluca Tanda che vive a Roma ma fa avanti e indietro con l’Abruzzo, da presidente del comitato che rappresenta gran parte delle vittime e da fratello di Marco, 26 anni, pilota Ryanair. Morto con la fidanzata Jessica Tinari, 24 anni. Si riferisce alle ricostruzioni giornalistiche, alle scalette. Aggiunge: «Niente a che fare nemmeno con chi oggi sfrutta il marchio Rigopiano». Solo che nel piccolo universo di Farindola le storie s’incrociano per forza, il destino fa un salto triplo con i fratelli Giancaterino: Massimiliano, ex sindaco, tra i 23 indagati; tra i 29 morti il fratello Alessandro, giovane padre di 42 anni, maitre dell’hotel.

UNO dei soccorritori che hanno cercato disperatamente Marinella fino all’ultimo arriva per una visita a casa Colangeli. Era entrato nella Spa, aveva visto alla parete il diploma di lei. Nella disperazione ci sono legami che non si spezzano più. La mamma di Marinella tiene gli occhi bassi, lo sguardo perso. Il fratello Gianni ha aperto un b&b e lo ha chiamato come chi non c’è più. Antonella ha conservato su WA il numero della sorella, accanto c’è il simbolo del cuore e i messaggi scambiati il giorno della valanga. L’ultimo segno di vita alle 16.45. «Meno male che era chiuso», era stato il commento di Marinella alla foto del supermercato di Penne, crollato per il terremoto. Poi sul telefono compare la scritta «sta scrivendo». Ma quel messaggio non arriverà mai. Antonella continua a cercare un contatto. «Io sono convinta che sei viva», insiste alle 15.06 del 22 gennaio. Il corpo sarà tra gli ultimi recuperati. Giancaterino era stato il primo. Destini incrociati, quassù a Rigopiano.

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