Rigopiano (Farindola), 3 gennaio 2018 - Come fai a non vederla, quando ti alzi la mattina e risenti quel peso nel cuore? Il peso di aver perso una figlia, un fratello, l’amore della tua vita. Alzi lo sguardo e vedi l’impronta della valanga disegnata sul monte Sella, Gran Sasso d’Abruzzo dalla parte del Pescarese. Ora che ha fatto la neve il buco si vede anche meglio, ti viene incontro nel viaggio verso i paesi dei morti, degli indagati e dei condannati all’ergastolo: i familiari delle vittime.

Eccolo là, sullo sfondo, il monte. Oltre i tetti dei borghi in pietra, i puntellamenti perché da queste parti c’è sempre un terremoto. Sono così evidenti il solco, la ferita. Te li trovi proprio di fronte uscendo sulla scalinata del Comune, a Farindola, tra le luminarie delle feste. Oggi c’è una messa per Marinella Colangeli, che aveva 30 anni ed era così orgogliosa del suo posto da responsabile della Spa su a Rigopiano. Uccisa come Alessandro Giancaterino, 42 anni, il maitre dell’albergo, fratello dell’ex sindaco Massimiliano, tra gli indagati. Il Municipio: ti sembra di risentire la scena descritta al telefono quella mattina, il 18 gennaio 2017. «Mò, mi sono sentito con il sindaco... Ho difficoltà a telefonargli perchè prende solo in un angolino del paese... Lui deve uscire, andare su questa scalinata, fare la telefonata, parlare con me e poi tornare dentro». Così nelle intercettazioni il dipendente della Provincia Mauro Di Blasio si rivolge al suo capo Paolo D’Incecco. Entrambi indagati come il primo cittadino di Farindola Ilario Lacchetta e altre venti persone, a partire dall’ex prefetto di Pescara, Francesco Provolo. Sono le 8.23, l’irreparabile deve ancora accadere. Alle 16.49 il monte Sella scaricherà sull’hotel Rigopiano una massa indistinta di neve, alberi, roccia, con la potenza di 4mila tir lanciati a cento all’ora.

Il canalone fa da sfondo alle giornate di Francesco, fratello gemello di Gabriele D’Angelo, 32 anni, che lavorava a Rigopiano come cameriere e viveva a Penne, generoso e volontario della Croce Rossa che gli ha dedicato la sede. «Quando mi alzo vedo quello e il cimitero, questa è la mia condanna».

Ventinove morti, 11 scampati, la strage da valanga più grave dal 1916. Nove salvati dalle macerie, l’ultimo a uscire Giampaolo Matrone, faceva il pasticciere a Monterotondo, oggi è invalido e vedovo. Porta il tutore alla mano destra, ha problemi a una gamba. Sessantadue ore piegato, il volto su un cadavere. Si sono salvati quattro bambini. Due sono rimasti orfani: il piccolo Edoardo, 10 anni, figlio di Sebastiano Di Carlo e Nadia Acconciamessa; Samuel, 8 anni, di Osimo, ha perso il babbo Domenico di Michelangelo e la mamma Marina Serraiocco. Invece sono tornati a casa con i genitori Ludovica e Gianfilippo, 7 e 10 anni, figli di Giampiero Parete e Adriana.

La salita a Rigopiano fa paura anche se oggi non ci sono due metri di neve. Tornanti e frane, ghiaccio e silenzio. La rete di plastica che recintava l’area un tempo sequestrata dalla procura non si vede quasi più. Sull’insegna dell’hotel, rimasta intatta, i familiari hanno portato nuove foto, lumini, fiori. I volti belli e sorridenti, al centro la scritta come un grido, «mai più». Dietro c’è l’impegno di Marcello Martella, babbo di Cecilia. Viveva ad Atri, aveva solo 24 anni, estetista nel centro benessere. Perché in questa strage si confondono le storie di chi lavorava nell’hotel e dei turisti. Come le coppie di amici Sebastiano Di Carlo e Nadia Acconciamessa; Piero Di Pietro e Rosa Barbara Nobilio. Vivevano tutti a Loreto Aprutino, hanno lasciato orfani. Al bar in piazza li ricordano come amici.

Simona Di Carlo, assessore in Comune a Pescara e sorella di Sebastiano, non cerca compromessi nelle parole. «Mi aspetto condanne per omicidio volontario, non colposo. Vergogna, gli indagati sono sempre al loro posto. La sospensione non è prevista dalla legge, e allora? Quando parliamo dell’incolumità dei cittadini, la legge non può essere anche frutto di un qualcosa che non è mai successo prima ma che può accadere da oggi in poi? Qui non è solo mancato l’aiuto economico. Conta il silenzio rumoroso delle istituzioni. Sono spariti tutti. Paradossalmente, sembriamo noi la causa dei nostri problemi. E poi ci sono orfani e orfani. C’è stata una disparità di trattamento morale, di vicinanza. Mio fratello aveva due pizzerie, mia cognata era assunta a tempo indeterminato dalla Asl. Abbiamo avuto solo spiccioli, nessuna assistenza. I miei nipoti sono orfani sì, ma dello Stato».

(1 - continua)