Alessio Feniello, papà di Stefano (Ansa)
Alessio Feniello, papà di Stefano (Ansa)

Pescara, 26 settembre 2019 - Alessio Feniello, 57 anni, salernitano di Valva. Oggi in tribunale a Pescara per la ‘multa al dolore’, tutta Italia l’ha ribattezzata così. Violò i sigilli della zona rossa per portare un mazzo di fiori sulle macerie dell’hotel Rigopiano, dov’è morto suo figlio Stefano, a 28 anni. E domani tornerà in aula come vittima, per l’udienza preliminare del processo.

"È tutto assurdo. Io sono già stato condannato e si deve sempre decidere chi rinviare a giudizio e chi no, ancora non sono stati trovati i responsabili di quella strage".

Ventinove morti e 11 scampati, erano le 16.49 del 18 gennaio 2017. Una valanga travolse e seppellì l’hotel che mai avrebbe dovuto essere lì, in fondo a un canalone, sul Gran Sasso.

"Sono incxxxto nero. Disgustato. Mi hanno condannato a una multa di 4.550 euro, ho fatto opposizione e ho chiesto di essere giudicato. Mi diano la pena più dura ma non pagherò un centesimo".

Cosa si aspetta?

"Sarebbe logico fossi assolto. Anche perché quel giorno ero con mia moglie Maria. Per lei c’è stata l’archiviazione e per me no. Non si capisce. Anzi, dovrebbero proprio chiedermi scusa".

E cosa si aspetta, invece, dal processo per la strage?

"Uno scaricabarile generale, ognuno accuserà l’altro. E alla fine la colpa sarà di chi era in quell’hotel".

In altre parole, delle vittime?

"Esattamente. Di chi era lì e non avrebbe dovuto andarci, viste le condizioni meteo. Ho questo presentimento. Se penso che certe persone invece di essere state rimosse sono state promosse!".

Cosa le dà la forza di andare avanti?

"Ho fatto una promessa a mio figlio, è l’unico scopo che ho. Di tutto il resto non me ne frega più niente. Mi possono anche ammazzare, non ho paura. Finché avrò vita, pretenderò giustizia".

Si è pentito di quel mazzo di fiori?

"Assolutamente no. Ci sono tornato, a Rigopiano, non c’è più niente anche se è ancora transennato. Quel giorno, quando ho accompagnato mia moglie a portare i fiori, gli operai rimuovevano le macerie con i mezzi pesanti. C’erano i carabinieri, ci hanno scortato. Abbiamo saputo cos’era successo davvero solo a distanza di tempo".

Per lei quel luogo è sacro.

"Ci vado quando ne sento il bisogno. Una domenica mattina mi sono alzato, ho preso lo scooter e me ne sono andato là. Mi sono portato una bottiglia d’acqua, mi sono messo seduto, sono rimasto così per un’ora. È un luogo di disperazione, per noi, è la tomba di Stefano. Ma è anche l’ultimo posto dove lui è stato felice".

Aveva detto: sono pronto ad andare in carcere. Lo ripeterebbe?

"Assolutamente sì. Sicuramente non caccerò un centesimo, preferisco farmi la galera. Se mi condanneranno, dirò: datemi il massimo della pena perché non ho soldi per voi. Quelli mi servono per i processi, per avere giustizia per mio figlio".

Oltre al suo avvocato Camillo Graziano, ci sarà qualcuno con lei in tribunale?

"Io non ho chiesto niente. Ma l’altra notte mi sono ricordato di quel che disse Salvini da ministro, promise che sarebbe stato con me. Ho ripubblicato il suo post su Facebook. Quando un uomo dà una parola... Mi aspetto che sia presente".