I rider lavoravano a Milano, Torino e Firenze in condizioni di schiavitù (foto d’archivio)
I rider lavoravano a Milano, Torino e Firenze in condizioni di schiavitù (foto d’archivio)
di Anna Giorgi Sentenza storica, di quelle destinate a creare una giurisprudenza importante, anche nell’ambito del cosiddetto gig work: il gup di Milano Teresa De Pascale ha inflitto ieri la prima condanna in Italia, in un processo penale, per caporalato sui rider. La sentenza sanziona "l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro dei ciclo-fattorini del servizio di consegna del cibo": tre anni e otto mesi in abbreviato a Giuseppe Moltini, uno dei responsabili delle società di intermediazione Flash Road City e Frc srl, coinvolte nell’inchiesta del pm Paolo...

di Anna Giorgi

Sentenza storica, di quelle destinate a creare una giurisprudenza importante, anche nell’ambito del cosiddetto gig work: il gup di Milano Teresa De Pascale ha inflitto ieri la prima condanna in Italia, in un processo penale, per caporalato sui rider. La sentenza sanziona "l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro dei ciclo-fattorini del servizio di consegna del cibo": tre anni e otto mesi in abbreviato a Giuseppe Moltini, uno dei responsabili delle società di intermediazione Flash Road City e Frc srl, coinvolte nell’inchiesta del pm Paolo Storari iniziata nel 2020.

"I rider sono lavoratori subordinati, cittadini, non schiavi", aveva scritto il pm nella richiesta di processo. Altri due imputati sono stati condannati a 2 anni e 1 anno e 6 mesi per reati fiscali, sempre in abbreviato.

Il giudice, e questo è l’aspetto non scontato e quindi più interessante del verdetto, ha deciso di convertire il sequestro preventivo dei circa 500mila euro in contanti, effettuato nelle indagini sulle somme trovate in possesso degli intermediari, in risarcimenti a favore dei 44 rider, che lavoravano tra Milano, Torino e Firenze, in condizioni di schiavitù. I fattorini su due ruote erano entrati nel procedimento proprio per chiedere il riconoscimento dei danni subiti. Ai 44 rider verranno quindi versati 10mila euro a testa e 20mila euro andranno alla Cgil.

Lo scorso 5 luglio lo stesso giudice aveva mandato a processo anche Gloria Bresciani, manager (sospesa) di Uber, con la stessa accusa di caporalato e aveva accolto i patteggiamenti per caporalato di Leonardo Moltini 3 anni, Danilo Donnini 2 anni, anche loro responsabili delle società di intermediazione di manodopera. Il giudice aveva poi condannato a 1 anno e 6 mesi Miriam Gilardi, per favoreggiamento. Bresciani e gli altri accusati di caporalato, secondo l’accusa, avrebbero reclutato rider assumendoli in Flash Road City e Frc srl "per poi destinarli al lavoro presso il gruppo Uber in condizioni di totale sfruttamento". In particolare, i lavoratori venivano pagati a cottimo 3 euro, derubati delle mance e puniti con decurtazione dei compensi se non stavano alle regole. L’indagine aveva portato, il 29 maggio del 2020, al commissariamento delle società che facevano le consegne di cibo a domicilio per conto di Uber, poi revocato lo scorso marzo dai giudici dopo il riconoscimento di un percorso "virtuoso" intrapreso. La Sezione misure di prevenzione, presieduta da Fabio Roia, lo aveva annullato dopo una serie di nuove misure introdotte da Uber.

"Il trattamento economico, ora applicato da Uber Eats Italy per i rider – avevano scritto i giudici – è una proposta di mercato che ha decisamente abbandonato ogni logica di sfruttamento per proporre opportunità di lavoro, colte anche da studenti, da giovani adulti o da persone sottooccupate o disoccupate, da ritenersi tutelate sul piano del rispetto dei diritti".