Marco

Buticchi

Il terrore assale sin dal primo tentativo, quando la casella inizia a tremolare per ‘password errata’. Il rischio è che il forziere elettronico resti chiuso, nonostante i nostri inutili tentativi di ricordare la parolina magica. Per complicarci ancor di più la memoria, molti siti richiedono stringhe con almeno una maiuscola, una minuscola, un numero e un carattere speciale. Come se le nostre scorrerie elettroniche abbiano lo stesso peso della corrispondenza del Pentagono!

A quel punto, chini sulle consunte meningi, vorremmo tutti tornare indietro e poter aprire le porte con una semplice chiave di metallo, con la sua memoria indelebile scritta tra solchi e dentini.

Ma, prima, come facevamo a spalancare il mondo? Esisteva forse una minore ossessione di ledere la privacy. C’era poi il contatto fisico: per operare sul conto corrente, si andava in banca allo sportello. Forse l’errore sta nell’aver fatto di tutte le erbe un fascio: proteggere da malintenzionati una pagina social ha un peso diverso che non evitare che ci trafughino i risparmi. E invece ci accaniamo a tutelare l’una e l’altra con le stesse non memorizzabili sillabe arcane. Bei tempi erano quelli in cui era sufficiente sorridere a un bancario per avere accesso illimitato ed esclusivo ai nostri averi. In attesa che le sicurezze diventino davvero inviolabili vi confesserò che stavo meglio quando stavo peggio… e la casella della password continua a tremolare.