Un negozio di abbigliamento dopo la riapertura (ImagoE)
Un negozio di abbigliamento dopo la riapertura (ImagoE)

Roma, 19 maggio 2020 - Prova di ripartenza superata per l'abbigliamento, mentre la ristoriazione registra un avvio più lento. E' questo il quadro fornito da Confcommercio, secondo cui sono 800mila le imprese di commercio e servizi di mercato che hanno ripreso l'attività dopo due mesi di lockdown. Le riaperture hanno interessato il 90% dei negozi di vestiti con un inizio, per certi aspetti, incoraggiante. Intimo, pantaloni, camicie, scarpe e accessori i prodotti più richiesti.

Si ferma invece al 70% la ripresa dell'attività dei bar e dei ristoranti, che riprendono comunque ossigeno Secondo quanto riferisce Fipe, hanno aperto tutti ben equipaggiati di mascherine e gel disinfettanti, ma con personale ridotto: infatti il 40% dei dipendenti sono rimasti a casa, pari a circa 400.000 unità. Tanti sono i titolari che utilizzeranno i divisori all'interno del ristorante soprattutto nell'area cassa quasi nessuno sui tavoli.

Scende poi al 50-60% la percentuale dei mercati coperti (tutti aperti quelli di Roma). Nella capitale restano invece ancora chiusi i mercati periodici così come in Piemonte, Sicilia e in parte della Lombardia, compresa Milano. In Campania è consentita soltanto l'attività di vendita dei prodotti alimentari, mentre nel resto del Paese le aperture sono a macchia di leopardo.

Infine, per Federpreziosi-confcommercio la ripartenza ha visto praticamente tutti i gioiellieri rispondere all'appello, già preparati con i dispositivi e le misure di prevenzione previste, le apposite infografiche esposte all'ingresso e nelle vetrine.

Osservato speciale resta dunque il settore della ristorazione. Secondo stime di Coldiretti, all'inizio della Fase 2 si è registrato un crollo dei consumi pari a quasi l'80% in ristoranti, pizzerie, trattorie e agriturismi sia per effetto delle mancate riaperture sia per il ridotto afflusso della clientela che ha provocato un drastico taglio delle forniture alimentari rispetto alla norma. A pesare sul calo delle ordinazioni di cibo e bevande, sottolinea la Coldiretti, è in molti casi la decisione di non riaprire ma anche il calo delle presenze per la chiusura degli uffici con lo smart working e l'assenza totale dei turisti italiani e stranieri. Un duro colpo per l'economia, visto che la spesa per il cibo 'fuori casa' era il 35% del totale dei consumi alimentari per un valore di 84 miliardi di euro.