di Viviana Ponchia Dieci anni, tanti chilometri nelle gambe, troppo freddo e troppa paura. Quando ha sentito gli spari nel bosco si è piantata nella neve. Più tardi ha smesso di muoversi e di parlare. La storia dei profughi bloccati nel gelo della Bosnia è dietro l’angolo, a un’ora di autostrada da Torino. Dovrebbe portare in Francia attraverso il Monginevro. Per una piccola afgana e la sua famiglia si è interrotta nella notte tra giovedì e venerdì su un confine militarizzato dove la Paf, la polizia transalpina che controlla le frontiere, non fa sconti. Erano in 51, fra...

di Viviana Ponchia

Dieci anni, tanti chilometri nelle gambe, troppo freddo e troppa paura. Quando ha sentito gli spari nel bosco si è piantata nella neve. Più tardi ha smesso di muoversi e di parlare. La storia dei profughi bloccati nel gelo della Bosnia è dietro l’angolo, a un’ora di autostrada da Torino. Dovrebbe portare in Francia attraverso il Monginevro. Per una piccola afgana e la sua famiglia si è interrotta nella notte tra giovedì e venerdì su un confine militarizzato dove la Paf, la polizia transalpina che controlla le frontiere, non fa sconti.

Erano in 51, fra cui una decina di bambini. In transito come gli altri, quasi 5mila fra settembre e dicembre, che sono passati in Alta Val Susa dopo un viaggio della speranza. Ombre stanche con vestiti da gita fuoriporta, disperati partiti dall’Afghanistan, dall’Iran, dall’Algeria. Li hanno riconsegnati alla polizia italiana e accompagnati al Rifugio Fraternità Massi di Oulx, nato nel 2018 per far fronte all’emergenza. I padri salesiani hanno messo a disposizione in comodato gratuito quel locale vicino alla stazione aperto dalle 20 alle 8. Servizio di accoglienza libero e anonimo: un letto, una doccia, una colazione calda. E lì, finalmente al sicuro, la bimba afgana sotto choc si è paralizzata. È riuscita a spaventare persino i volontari di Rainbow4Africa che ne vedono di tutti i colori, con un’ambulanza è stata trasportata al Regina Margherita di Torino per un consulto.Un’infermiera ha provato a tranquillizzarla e a strapparle poche parole: "Eravamo tre famiglie – ha raccontato –. Ci hanno fermati e ho sentito degli spari".

La polizia francese nega di aver fatto partire anche solo un colpo in aria, ma è un dettaglio che si ripete in tutte le testimonianze raccolte dal 2017 a oggi dai volontari del rifugio a Briancon, dall’altra parte del confine. È stata la madre della bambina a spiegare il perché di quella reazione. Quando aveva sette anni e viveva ancora in Afghanistan sua figlia è rimasta ferita da una bomba. Ha una cicatrice sulla fronte e molte altre invisibili, basta meno di uno sparo a risvegliare un vecchio trauma. E poi c’è la strada infinita sulla rotta balcanica, lo spavento di martedì, quando sono stati tutti cacciati dalla casa cantoniera di Oulx, altro pezzo di un puzzle che non sta insieme. Vai a spiegare a una creatura di dieci anni che il consigliere leghista Valter Manin di Sestriere ha applaudito l’operazione di sgombero come "ripristino della legalità". Qui contano solo i fondamentali: abiti caldi, un pasto, un sorriso. Ci aveva provato a garantirli con pochi mezzi a disposizione e fra un mare di polemiche un gruppo di anarchici di varie nazionalità battezzando la casa "Chez JesOlux" . Medu – Medici per i diritti umani – non si stanca di segnalare le violenze compiute dalle forze dell’ordine sul confine e il tentativo dei migranti di passare dall’altra parte sfidando l’ipotermia e le valanghe.