di Antonella Coppari Grande agitazione nella maggioranza, però i termini del problema non cambiano di una virgola. Renzi bombarda Palazzo Chigi nella speranza di ottenere la testa di Conte, che – pur di non concedergliela – è pronto a tuffarsi in una rischiosissima conta al Senato. Forse qualcosa di più si capirà stasera, quando il premier riunirà i capi delegazione: sul tavolo c’è la nuova bozza del Recovery plan, che continua a non convincere Iv: "Non saremo mai complici di uno sperpero di soldi, piuttosto andiamo all’opposizione", garantisce il leader. Assieme al consiglio dei ministri che dovrebbe svolgersi nel weekend, il vertice odierno resta l’occasione per lo strappo del senatore di Rignano. Che più d’uno nel Palazzo ieri dava per scontato. Eccesso...

di Antonella Coppari

Grande agitazione nella maggioranza, però i termini del problema non cambiano di una virgola. Renzi bombarda Palazzo Chigi nella speranza di ottenere la testa di Conte, che – pur di non concedergliela – è pronto a tuffarsi in una rischiosissima conta al Senato. Forse qualcosa di più si capirà stasera, quando il premier riunirà i capi delegazione: sul tavolo c’è la nuova bozza del Recovery plan, che continua a non convincere Iv: "Non saremo mai complici di uno sperpero di soldi, piuttosto andiamo all’opposizione", garantisce il leader. Assieme al consiglio dei ministri che dovrebbe svolgersi nel weekend, il vertice odierno resta l’occasione per lo strappo del senatore di Rignano. Che più d’uno nel Palazzo ieri dava per scontato.

Eccesso di pessimismo? Le ultime 24 ore sono state segnate da un’offensiva renziana a tutto tondo, culminata in serata con l’aut aut sul Mes: "Domani (oggi per chi legge, ndr) gli diremo: sì o no? Noi vogliamo prendere quei soldi, lui se non vuole lo deve mettere per iscritto".

Un attacco partito di buon mattino, con il j’accuse per la mancata partecipazione agli incontri effettuati mercoledì dal ministro dell’economia Gualtieri con Pd, M5s e Leu a Chigi sul Recovery. "Noi non siamo stati convocati", si lamenta Iv. "Volevano avere prima in mano il testo", la replica dell’esecutivo. E non finisce qui, perché l’assalto al Congresso in America offre una sponda a Renzi per attaccare Conte sulla "mancata abiura" su Trump: "Mi sarebbe piaciuto sentire parole più dure da lui". Oltre a dargli lana da filare nella telenovela della delega dei servizi segreti, prendendo come spunto uno dei casi più "pruriginosi" dei due esecutivi Conte, quello della missione in Italia dell’ex Attorney General statunitense, William Barr: "E’ urgente che lasci la delega per far chiarezza su quella vicenda".

Senza un accordo che appare oggi quanto mai improbabile, Conte è al momento deciso a sfidare il pallottoliere del parlamento: "Noi ci siamo", assicura Renzi. Che ai suoi confida: "Sta solo facendo melina". Ipotizza di passare prima alla Camera, dove pensa di incassare la maggioranza piena, poi al Senato dove punta su 154-155 voti che, secondo gli strateghi di Palazzo Chigi, dovrebbero essere sufficienti a strappare una risicata maggioranza, ma si tratterebbe sempre di un governo di minoranza. Subito dopo Conte dovrebbe salire al Colle per decidere con Mattarella cosa fare. Non è l’ipotesi che piace di più al capo dello Stato, anzi, è forse quella che lo convince di meno. E non convince neppure il Pd, che insiste perché rassegni le dimissioni prima di una conta. In effetti si tratterebbe di un gioco pericoloso: se il premier fosse sconfitto verrebbe a mancare quello che tutta la maggioranza tranne Italia Viva insiste per definire l’unico punto di equilibrio possibile. Ma se ottenesse una vittoria di misura sarebbe costretto a scegliere tra provare a governare in condizioni proibitive oppure rassegnare comunque le dimissioni per poi contrattare su posizioni di forza il reincarico. Solo che ricucire i rapporti in una maggioranza dopo un pubblico duello in aula è quasi impossibile.

Questo è il vicolo cieco in cui si trovano oggi i giallorossi, costruito dalle reciproche diffidenze. Quella di Conte che teme di essere fatto fuori un attimo dopo aver rimesso il mandato, quella del Pd che vuole evitare ad ogni costo che si affacci la tentazione di un governo di solidarietà nazionale, che farebbe tornare in pista Salvini. Quella dei 5stelle che non vogliono un Conte ter troppo condizionato dal senatore di Rignano. Per questo tutti insistono sull’assenza di alternative: o l’attuale premier o il voto. "Se cade, la parla al parlamento e agli elettori", avverte Bettini (Pd).Quanto sia una posizione vera e quanto sia destinata a scomparire un attimo dopo un eventuale showdown, resta da vedere.