Roma, 18 settembre 2021 - La raccolta firme a favore del Referendum sulla Cannabis Legale ha superato quota 500mila, la soglia critica affinché la proposta possa essere deposistata alla Corte di Cassazione per il controllo e l'approvazione. Se tutto risultasse regolare, si andrà al voto la prossima primavera 2022. Ma già da tempo si è aperto il dibattito attorno al quesito referendario. In riferimento agli articoli 73, 74 e 75 del Testo unico in materia di stupefacenti e sostanze psicotrope (d.P.R. 309/1990), la consultazione chiede tre cose: depenalizzare il reato di coltivazione di qualsiasi sostanza per l'uso personale, rimuovere le pene detentive per qualsiasi condotta illecita legata alla cannabis, fatta eccezione per l'associazione finalizzata al traffico illecito, e terzo cancellare la sanzione amministrativa riguardante il ritiro della patente. Un sentimento condiviso da più parti è che la legge sarebbe ormai vecchia e poco rappresentativa dell'attualità. Bisogna dicedere allora quale strada prendere: cambiare un pezzo alla volta, oppure rifarla direttamente da capo.

Sommario

Perché sì

Marco Perduca dell'Associazione Luca Coscioni, presidente del comitato promotore del referendum, vuole chiarire alcuni punti del quesito. "La depenalizzazione - spiega - riguarda la pianta della cannabis, non il prodotto come l'hashish. E le sanzioni penali sarebbero eliminate solo per chi coltiva ad uso personale: le norme relative alle altre condotte non vengono toccate". In sostanza, la legge che risulterebbe dopo le modifiche referendarie non farebbe più entrare nel circuito penale chi coltiva piantine di cannabis per sé, posto che "il consumo personale non è da ritenersi reato". Un'ulteriore specifica riguarda il terzo punto del quesito: "Il reato di guida in stato di alterazione rimane, nessuno vuole mettere a rischio la sicurezza delle persone. Si vuole intervenire solo sulla sanzione amministrativa". Secondo chi promuove il referendum, parlare di cannabis come 'droga di passaggio' sarebbe fuorviante: il problema è il contesto in cui si acquista. "La cannabis costa poco in confronto alle altre sostanze - prosegue Perduca - ed è per questo che chi vende spinge perché siano acquistate le droghe più pesanti, come gli oppioidi. Ci sono evidenze scientifiche sulla non correlazione tra le due, basta guardare all'Olanda dove la cannabis è tollerata da 40 anni". Il punto, secondo Perduca, è cambiare la strategia politica sulle sostanze stupefacenti.  "Se per 60 anni - conclude - si è detto 'non fumate cannabis' e nonostante questo ci sono 6 milioni di italiani che lo fanno, evidentemente la prevenzione ha fallito".

Perché no

Luciano Squillaci, presidente della Fict (Federazione italiana comunità terapeutiche) pone alcuni dubbi sull'utilità del quesito referendario. "Non firmo - dice - perché secondo me la questione cannabis è una battaglia vecchia, ideologica e che ha il solo risultato di togliere l'attenzione dai veri problemi". Il rischio, secondo Squillaci, è quello di far passare ai giovani un messaggio educativo edulcorato, della serie che "tutto sommato possiamo ragionare sulla possibilità di farsi due o tre canne", quando i dati più allarmanti in tema di droghe riguardano proprio l'età scolare. "Un terzo di ragazzi e ragazze dichiarano di assumere sostanze senza sapere cosa siano - continua il presidente Fict - e ogni anno ne vengono censite più di 100 nuove, basta cambiare una molecola". La vera soluzione sarebbe investire su attività di educazione e prevenzione, per rimettere al centro del dibattito la persona e non la sostanza. E soprattutto riformare da capo, e organicamente, la legge 309/1990, non lavorarne un pezzo alla volta. "Una cosa è certa - dice chiaramente Squillaci - il carcere non è la soluzione per la tossicodipendenza, ma questo non significa che possiamo adottare soluzioni semplicistiche o scorciatoie su una o l'altra sostanza: anche la depenalizzazione delle droghe è un problema complesso, e come tale va affrontato". Proprio la complessità del problema non consente di parlare con leggerezza di lotta alla mafia: "Non si combatte sulla pelle dei ragazzi", conclude Squillaci.