Piano di rilancio o manovra corrente? Il Recovery plan italiano si muove fra questi due corni del dilemma in cui si dibatte il governo per spendere gli oltre 222 miliardi di fondi europei entro il 2026. Dopo mesi di bozze e voci di corridoio, mentre le altre grandi economie europee hanno già presentato da mesi i loro progetti a Bruxelles, l’ultima versione del piano approdata ieri sera in Consiglio dei ministri si basa su sei capitoli da oltre 222 miliardi, spalmati su sei anni, di cui 144 per "nuovi interventi" e i restanti per "progetti in essere". Nell’ultima bozza, che nessuno considera definitiva, aumentano le risorse per il comparto Istruzione e ricerca (da 27,91 a 28,49 miliardi), quelle...

Piano di rilancio o manovra corrente? Il Recovery plan italiano si muove fra questi due corni del dilemma in cui si dibatte il governo per spendere gli oltre 222 miliardi di fondi europei entro il 2026. Dopo mesi di bozze e voci di corridoio, mentre le altre grandi economie europee hanno già presentato da mesi i loro progetti a Bruxelles, l’ultima versione del piano approdata ieri sera in Consiglio dei ministri si basa su sei capitoli da oltre 222 miliardi, spalmati su sei anni, di cui 144 per "nuovi interventi" e i restanti per "progetti in essere".

Nell’ultima bozza, che nessuno considera definitiva, aumentano le risorse per il comparto Istruzione e ricerca (da 27,91 a 28,49 miliardi), quelle per Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (da 45,86 a 46,18 miliardi) e quelle per la Salute, che passano da 9 a 18 miliardi, mentre calano da 74,3 miliardi a 68,9 miliardi i fondi per la Rivoluzione verde e Transizione ecologica. Alle Infrastrutture per una mobilità sostenibile vanno 31,98 miliardi e 21,28 miliardi all’Inclusione e la coesione. Nel capitolo più consistente, quello sulla Rivoluzione verde, sono previsti meno di 8 miliardi di euro per lo sviluppo delle fonti rinnovabili propriamente dette, che dovrebbero essere al centro della "green recovery" voluta da Bruxelles. Alle politiche del lavoro, comprese nel capitolo Inclusione e coesione, andranno invece 12,6 miliardi, di cui una parte importante finirà nei sostegni alla disoccupazione.

La differenza più eclatante rispetto alle altre grandi economie del continente, quella tedesca e quella francese, sta nei tempi. Berlino ha già varato il suo Recovery plan in giugno e Parigi in settembre, dettagliando già allora a Bruxelles tutti i progetti con precisione. La Commissione europea infatti non regala soldi: li mette a disposizione solo per progetti legati a riforme che consentano di avviare una rapida ripresa.

I piani tedesco e francese si assomigliano fra di loro, a partire dall’entità: in Francia 100 miliardi di euro, pari al 3,7% del Pil e in Germania 130 miliardi di euro, il 3,8% del Pil.

Questi piani seguono i precedenti pacchetti lanciati all’inizio della pandemia, quello francese di marzo da 110 miliardi di euro e quello tedesco di aprile da 156 miliardi di euro. Nel Recovery plan entrambi i governi si concentrano sugli investimenti in tecnologie verdi. Quasi un terzo del pacchetto francese (28 miliardi di euro) e quasi un quarto di quello tedesco (24 miliardi di euro) vanno nella trasformazione verde, con investimenti nella rete ferroviaria, incentivi all’acquisto di veicoli elettrici, alle rinnovabili e alla ristrutturazione termica degli edifici.

Altro capitolo importante è l’assistenza ai lavoratori. Di fronte a un calo economico devastante nel 2020 (-10% in Francia e -6,5% in Germania), la Francia assegna 19 miliardi di euro al mantenimento del lavoro, la formazione professionale e l’istruzione per i lavoratori nelle industrie più colpite.

La Germania punta sulle tecnologie digitali (15 miliardi di euro) per connettere più persone al lavoro da remoto e alleviare gli oneri dei lavoratori. Il pacchetto francese stanzia 20 miliardi di euro e quello tedesco 21 miliardi per il sostegno alla liquidità delle imprese.

Un elemento peculiare del piano tedesco è un forte sostegno alla domanda da 39 miliardi di euro, con un taglio temporaneo dell’Iva che metterà 20 miliardi di euro nelle tasche dei consumatori, una riduzione delle tariffe elettriche e un bonus una tantum di 300 euro per ogni singolo bambino.