"La speranza per questi ragazzi di Napoli c’è, esiste. Io, la mia storia, siamo un esempio di speranza andata a buon fine. Ma è davvero un’impresa difficile". Gaetano Di Vaio, 52 anni, regista, produttore cinematografico, sceneggiatore e attore, ha vissuto a lungo nei quartieri difficili di Napoli, da Piscinola a Scampia, facendo la spola tra riformatorio, carcere di Poggioreale e comunità per tossicodipendenti. Poi il riscatto con il cinema, la musica e i libri, fino a diventare una delle voci più ascoltate e fuori dal coro per capire il mondo di ‘Gomorra’. "Questa violenza è...

"La speranza per questi ragazzi di Napoli c’è, esiste. Io, la mia storia, siamo un esempio di speranza andata a buon fine. Ma è davvero un’impresa difficile". Gaetano Di Vaio, 52 anni, regista, produttore cinematografico, sceneggiatore e attore, ha vissuto a lungo nei quartieri difficili di Napoli, da Piscinola a Scampia, facendo la spola tra riformatorio, carcere di Poggioreale e comunità per tossicodipendenti. Poi il riscatto con il cinema, la musica e i libri, fino a diventare una delle voci più ascoltate e fuori dal coro per capire il mondo di ‘Gomorra’.

"Questa violenza è inevitabile, fino a quando saranno queste le condizioni dei quartieri. Diciamo la verità: ci sono due Napoli. Una che sta lì, è povera, non si evolve, resta ai margini. Un’altra che se ne fotte e viaggia per i fatti suoi, ignorando o quasi la Napoli del degrado e della violenza minorile. Due pianeti".

Nessun dialogo?

"Più andiamo avanti, più sarà peggio. Ci sono ragazzi di alcuni quartieri napoletani, una fascia enorme di popolazione, che non hanno strumenti di emancipazione, e più il tempo passa più restano indietro. Questi minori che rubano e sparano non hanno riferimenti, già a 10-11 anni sono senza bussola".

Col Covid la situazione è peggiorata?

"Certamente, ma i problemi stanno a monte, sono storici. E non c’entra nulla la fiction su Gomorra".

Nessuna emulazione con i personaggi della serie tv?

"No, affatto. Questi ragazzi possono dare una lezione agli sceneggiatori di Gomorra, possono insegnare qualcosa a loro e non viceversa. Quando facevo lo sceneggiatore di ‘Gomorra la fiction’ e prendevamo spunto dalla realtà, abbiamo dovuto attenuare. Io sono cresciuto nelle Vele e quando abbiamo dovuto descrivere la scena di Gelsomina Verde, la ragazzina torturata, uccisa e bruciata dalla camorra, abbiamo dovuto edulcorare la narrazione, tanto la realtà era crudele e agghiacciante. E poi questi non sanno neppure chi è Saviano: quando è andato a parlare al carcere minorile di Nisida pensavano fosse un pentito".

Sparano, accoltellano, rapinano: di cosa hanno bisogno per cambiare?

"Di modelli credibili e sinceri. La maggior parte di chi va a fare attività extrascolastica per recuperare questi ragazzi non è credibile. Qualcuno lo fa per speculare, qualche altro non è in grado di comunicare anche se è armato di buona volontà".

Quanto conta l’eredità camorristica, molti di questi sono rampolli di padri o madri in galera o nel Sistema?

"Conta, ma non quanto pensiamo. Non è tanto l’aspetto familiare, quanto il contesto in cui vivono, la mentalità camorristica in cui questi ragazzi sono immersi. Una mentalità che sta diventando sempre più violenta, anzi direi selvaggia e aggressiva. E spesso ne sono contaminati anche i componenti delle forze dell’ordine, basti ricordare il 15enne ucciso a Santa Lucia lo scorso febbraio da un carabiniere".

Napoli è perduta?

"Napoli è l’Italia. Non si può continuare a dire ‘laggiù’, Napoli è lo specchio di un’aggressività che pervade tutt’Italia".