Greta Ramelli e Vanessa Marzullo durante una manifestazione per la Siria a Roma
Greta Ramelli e Vanessa Marzullo durante una manifestazione per la Siria a Roma

Milano, 8 gennaio 2015 - Volontaria nella Croce Rossa e nelle case di riposo, dove fin dalle medie leggeva libri e accudiva gli ospiti. Mesi dedicati alle vittime dell’Aids e ai malati terminali in Africa e in India. Una passione per i bambini e per gli anziani. È un ritratto inedito quello di Greta Ramelli, la giovane di Gavirate (Varese) rapita il 31 luglio ad Aleppo insieme a Vanessa Marzullo. A tracciarlo è Claudia Ceniti, fondatrice della onlus «Il Cuore in Siria», che da circa due anni invia medicinali e beni di prima necessità alle vittime civili del conflitto.

Lei conosce bene Greta. Cosa ha provato in questi giorni leggendo anche molte cattiverie sui social network?
«Molta tristezza. Greta è stata descritta da persone che non la conoscono e mi ha fatto molto male. Sono una mamma, potrebbe essere mia figlia, e capisco come possano sentirsi i suoi genitori. Io Greta l’ho vista all’opera e da vicino».

Quando?
«Due anni fa. Aveva cominciato a interessarsi di Siria con i primi arrivi di profughi alla Centrale. Andava alla stazione ad assistere le persone che fuggivano dalla guerra e mi aveva contattato, invitandomi ad andare a vedere di persona cosa succedeva a Milano. L’ho fatto e ho capito che da fuori non si riesce a capire».

Cosa provò lei con Greta davanti ai profughi in Centrale?
«Mi feci un’idea della tragedia di questa guerra. Greta parla molto bene inglese e raccolse molte testimonianze dei racconti dai siriani. E lì mi sono resa conto del valore di questa ragazza. Di un animo immenso. Era molto colpita da tutta quella sofferenza. E io ero colpita dal vedere una ragazza giovanissima con questi interessi forti per la sofferenza altrui».

Cosa le piaceva nello stare con lei?
«Ascoltarla. Non solo i suoi racconti, ma la sua passione radicata. Greta è una volontaria da sempre. Anzitutto nella Croce Rossa. La mamma mi raccontava che quando era alle medie, a dodici anni, andava
Greta Ramelli durante una missione in India in più pomeriggi alla settimana a leggere libri agli anziani in diverse case di cura. Più avanti conobbe anche la mia mamma, malata di Alzheimer, e venne a casa mia, trattandola con un trasporto che mi incantava».

Poi partì per la Siria?
«No, a diciotto anni era stata in Africa per quattro mesi, a lavorare da volontaria in un centro nutrizionale per i bambini malati di Aids. Fu un’esperienza molto forte per lei. Come quella che fece a Calcutta, dalle suore di Madre Teresa di Calcutta, dover assisteva i malati terminali. Oltre a quel che faceva in Italia con la Croce Rossa. Come me, a un certo punto ha deciso di fare qualcosa anche per i bambini siriani, e questo ci aveva fatto incontrare».

Qualcuno ha accusato le ragazze di stare dalla parte della resistenza siriana.
«Anche a me è capitato di condividere delle foto che girano sui siti, anche perché, non conoscendo la lingua del post, qualcosa sfugge. Ma per come conosco Greta, lei non parlava di rivoluzione, non si occupava di politica, parlava solo dei problemi della popolazione civile. Chi dice: lasciamole al loro destino, non ha alcuna empatia. Non riesco a capire di quale peccato possano essere accusate».

Una punta di ingenuità?
«Sono giovani. Forse bisognava valutare più attentamente il fatto di entrare in Siria. Però sono sicura che Greta abbia agito in assoluta buona fede e con il solo desiderio di poter alleviare le sofferenze dei suoi bambini».

È ottimista sulla liberazione?
«Non mi pronuncio, anche perché seguo la volontà delle famiglie che hanno chiesto il silenzio. Ho accettato l’intervista con “Il Giorno” per la serietà con cui il giornale si è comportato finora».