26 gen 2022

Quirinale o no bisogna salvare il soldato Draghi

davide
Cronaca

Davide Nitrosi La sua legittima aspirazione a salire al Colle avrebbe dovuto essere valutata senza troppo clamore, perché la prima cura avrebbe dovuto essere la tutela dell’autorevolezza e della stima internazionale che Draghi ha garantito al Paese, e non l’interesse immediato di questo o quel partito. Senza squallidi tira e molla: la sua disponibilità andava trattata con estrema cautela prima di arrivare all’appuntamento del voto. Anche declinando l’offerta, ma con l’avvertenza di non bruciare la figura del premier. L’autorevolezza si guadagna lentamente, ma si disperde rapidamente, con effetti pericolosi per un Paese che non è uscito dalla crisi, ma anzi, deve affrontare varie sfide intrecciate: il rientro da un debito mostruoso, l’impatto dei prezzi dell’energia e del gas, tensioni internazionali senza precedenti. Il Paese reale non è quello narrato dai leader politici che valutano se convenga loro andare alle elezioni o no, ma è quello descritto dalle cifre: un debito pubblico di circa 2.700 miliardi di euro, titoli di Stato per 2.236 miliardi che solo in dicembre ci sono costati 66,6 miliardi di interessi. Un rapporto debito-pil superiore al 149%, lo spread con i bund tedeschi a 144 punti (i titoli spagnoli pagano un differenziale di 71 punti). Ieri il Fondo monetario internazionale ha tagliato le stime di crescita del Pil: da 4,2% a 3,8%. Se fossero i nostri conti di casa non avremmo voglia di rischiare. Eppure i partiti, spaccati su tutto e attenti al loro interesse immediato, si sono avvitati in un’elezione del capo dello Stato che non ha precedenti. Mai visto prima conferenze stampa per annunciare terne di nomi mentre i parlamentari sono impegnati a votare (e infatti il voto è una finzione tattica). E poi il profluvio di dichiarazioni, leader che si elidono a vicenda, talk show, maratone tv. Più che un’elezione sembra un talent. Peccato che non si ...

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