Antonino Sciuto, il 38 enne che domenica notte ha ucciso l’ex fidanzata Vanessa Zappalà
Antonino Sciuto, il 38 enne che domenica notte ha ucciso l’ex fidanzata Vanessa Zappalà
"L’uccisione di Vanessa Zappalà è una sconfitta per lo Stato", dichiara la senatrice Valeria Valente (Pd), presidente della commissione d’inchiesta su femminicidio e violenza di genere. Chi era Antonino Sciuto, l'ex fidanzato si è impiccato Spieghi perché. "Nei casi di stalking, intervenire con sistematica prontezza dovrebbe essere una risposta ordinaria. Invece, nel caso di Aci Trezza, siamo di fronte a un altro femminicidio annunciato". Il punto nodale qual è? "L’inefficacia delle misure di protezione delle donne che denunciano impedisce di interrompere la spirale di violenza e rende anche difficile chiedere ad altre donne di denunciare. Questa dinamica va contrastata". Come? "Agendo su una molteplicità di piani. Di prevenzione, di cultura, di formazione". Partiamo dalla prevenzione. "Bisogna usare meglio gli...

"L’uccisione di Vanessa Zappalà è una sconfitta per lo Stato", dichiara la senatrice Valeria Valente (Pd), presidente della commissione d’inchiesta su femminicidio e violenza di genere.

Chi era Antonino Sciuto, l'ex fidanzato si è impiccato

Spieghi perché.

"Nei casi di stalking, intervenire con sistematica prontezza dovrebbe essere una risposta ordinaria. Invece, nel caso di Aci Trezza, siamo di fronte a un altro femminicidio annunciato".

Il punto nodale qual è?

"L’inefficacia delle misure di protezione delle donne che denunciano impedisce di interrompere la spirale di violenza e rende anche difficile chiedere ad altre donne di denunciare. Questa dinamica va contrastata".

Come?

"Agendo su una molteplicità di piani. Di prevenzione, di cultura, di formazione".

Partiamo dalla prevenzione.

"Bisogna usare meglio gli strumenti che ci sono e rafforzare ogni misura funzionale a impedire il peggio: dall’uso del braccialetto elettronico per lo stalker, alla possibilità di arresto in flagranza di chi viola misure di protezione: una norma – questa – appena approvata alla Camera per emendamento alla riforma del processo penale. Io ho un’idea ancora più dura: a giudizio del magistrato, il fermo deve essere attivabile anche nei casi di ’quasi’ flagranza".

Sul piano culturale?

"Se il femminicidio è l’espressione più orribile dell’asimmettria esistente nelle relazione di potere tra uomini e donne, il tema deve diventare prioritario nella costruzione di una diversa prospettiva che riunisca l’Italia nella comprensione del fenomeno. Perché i femminicidi sono una degenerazione trasversale che caratterizza l’Italia da Nord a Sud e senza distinzioni di classe. L’uomo che uccide la ‘sua’ ex donna, sulla quale crede di vantare diritti, può essere un professionista di famiglia borghese, un disoccupato in ambiente degradato, un giovane ossessionato dai social media e dalla propria immagine macho. Prova ne sia che, mentre in Italia statisticamente gli omicidi calano, i femminicidi restano stabili. Anche in questo bienno di restrizioni Covid tutti i reati sono diminuiti tranne i femminicidi".

La sottovalutazione include anche lo Stato?

"Dobbiamo intenderci. Sul piano normativo l’Italia ha compiuto passi sostanziali allineandosi agli standard più evoluti. Non è più il Paese del delitto d’onore – abolito 40 anni fa. Siamo firmatari della Convenzione di Istanbul per prevenire e contrastare la violenza contro le donne e la violenza domestica, cioè il contesto malato in cui maturano i casi di violenza senza ritorno. Ma proprio la Convenzione di Istanbul impone una costante progressione. E l’Italia in questo momento è carente in coordinamento, azione e formazione. La stessa ’filiera’ della giustizia, tolte alcune punte, non è attrezzata per un’adesione alle migliori prassi".

Chi è rimasto indietro?

"Secondo l’ultimo report del Senato, i magistrati che partecipano a corsi aggiornamento sul tema della violenza di genere sono meno del 15%. Solo nel 12% delle procure emerge un elevato livello di consapevolezza con adeguata specializzazione. E addirittura il 95% dei tribunali civili, secondo l’ultima rilevazione, non è in grado di quantificare i casi di violenza emersi durante procedimenti di separazione giudiziale o di assegnazione dei figli. Questo tipo di violenza domestica non trova infatti esaustiva trattazione perché i procedimenti civili e penali procedono generalmente in parallelo senza scambi di informazioni".

E i tribunali di sorveglianza?

"La concessione dei benefici a condannati per casi di violenza domestica dovrebbe necessariamente prevedere informazioni sulle persone offese, ma solo l’11% dei tribunale riesce ad allinearsi all’obiettivo, mentre il 63% denuncia difficoltà e il 26% ammette di non perseguirlo".

Avvocati e consulenti?

"Dal 2016 al 2018 solo lo 0,4% degli avvocati (per l’80% donne) ha partecipato a corsi di formazione in materia di violenza di genere e domestica. E anche tra gli psicologi consulenti è emersa una carenza di sensibilità all’aggiornamento. C’è quindi ancora un lavoro enorme da compiere perché l’Italia garantisca alle donne piena libertà combattendo ogni violenza".