n’immagine storica dell’Istituto degli Innocenti di Firenze
n’immagine storica dell’Istituto degli Innocenti di Firenze
Cercano la mamma naturale. Un nome, un volto, la loro storia. Affidano alla rete appelli disperati. Lasciano una data, l’indirizzo di un ospedale, un segno di riconoscimento. Tutti ripetono: mi manca un pezzo, ho bisogno di capire, di rimettere insieme i frammenti. Oppure: aiutatemi, devo sapere per una cura salvavita. Sono uomini e donne adottati, ormai adulti. Figli di "donna che non consente di essere nominata", come c’è scritto nell’atto di nascita. Un fenomeno drammatico che sfugge alle statistiche. Sullo sfondo, i numeri e le riflessioni dell’Aibi, associazione amici dei bambini: un migliaio all’anno i neonati non riconosciuti e adottati; almeno 3mila – ed è una stima – quelli "che non vengono trovati perché lasciati ai margini di una strada o nei cassonetti. Per uno salvato si calcola ce ne siano quasi dieci che spariscono in discarica, chiusi dentro buste di plastica, senza che...

Cercano la mamma naturale. Un nome, un volto, la loro storia. Affidano alla rete appelli disperati. Lasciano una data, l’indirizzo di un ospedale, un segno di riconoscimento. Tutti ripetono: mi manca un pezzo, ho bisogno di capire, di rimettere insieme i frammenti. Oppure: aiutatemi, devo sapere per una cura salvavita. Sono uomini e donne adottati, ormai adulti. Figli di "donna che non consente di essere nominata", come c’è scritto nell’atto di nascita. Un fenomeno drammatico che sfugge alle statistiche. Sullo sfondo, i numeri e le riflessioni dell’Aibi, associazione amici dei bambini: un migliaio all’anno i neonati non riconosciuti e adottati; almeno 3mila – ed è una stima – quelli "che non vengono trovati perché lasciati ai margini di una strada o nei cassonetti. Per uno salvato si calcola ce ne siano quasi dieci che spariscono in discarica, chiusi dentro buste di plastica, senza che nessuno li veda o se ne accorga".

L’associazione romana ’Salvabebè’ ridimensiona invece il fenomeno e parla di 400 parti in anonimato all’anno, gli stessi segnalati nel 2014 dalla Sin, società italiana di Neonatologia. Che a febbraio ha creato un registro nazionale, osservatorio permanente sul fenomeno. Hanno aderito 7 punti nascita; 4 i parti ’segreti’ segnalati fino a maggio.

Bisogna partire da qui. Per arrivare a una rete fittissima di associazioni che sostengono le ricerche di chi vuole ricostruire la propria storia. Un’opera quasi sempre di volontariato che prova a colmare un vuoto lasciato dalle istituzioni. Perché il fenomeno non è relegato nel passato di un’Italia arcaica, schiava dei codici d’onore. A quando si parlava di ‘trovatelli’, parola che sa di romanzo dell’Ottocento. È tutto molto attuale. E non riguarda solo gli stranieri. Nell’ultima indagine realizzata nel 2019 dall’Istituto degli Innocenti di Firenze, si dà conto di 1.496 istanze di accesso alle origini presentate ai tribunali dei minori in sei anni, tra il 2012 e il 2017, 867 concentrate nel secondo triennio. Su 1.004, ne sono state accolte 658. Questo è il primo passo di un viaggio nel passato, lungo e doloroso anche a causa di una burocrazia che può diventare un muro insormontabile.

I curatori avvertono: i numeri sono sottostimati. Non solo perché hanno aderito alla ricerca 25 tribunali su 29 (nella prima indagine il numero era ridotto a 16) ma anche perché non tutti sono stati in grado di mettere insieme i dati. La Faegn, associazione figli adottivi e genitori naturali, ha seguito 3.800 istanze in 20 anni. John Campitelli fa notare: "Molti hanno paura, tanti non conoscono proprio le vie che si possono percorrere".

Ecco: che strumenti ha oggi una persona che voglia conoscere l’identità dei genitori naturali? Antonella Taddeo, volontaria dell’associazione ItaliaAdozioni di Cernusco sul Naviglio (Milano), chiarisce: "La procedura è regolamentata in minima parte dalla legge, tanto è stato fatto dalle sentenze. Soprattutto da quella della Corte Costituzionale del 2013. Ma restano ancora molte incertezze. Quanto tempo serve? Possono passare anni. La difficoltà più grande è riuscire a rintracciare il nome".

Chi fa ricerche deve aver compiuto 25 anni, come prevede la legge 184 dell’83, che disciplina il diritto di accesso alle origini. Precisa Taddeo: "Se ci sono gravi motivi di salute, può fare richiesta anche chi abbia compiuto i 18 anni". Ma se la madre si è avvalsa del parto anonimo e non ha riconosciuto il neonato, devono essere trascorsi almeno cento anni dalla nascita del bambino perché si possa aver accesso ai documenti. È come dire mai.

Oggi continua a prevalere il diritto della madre a rimanere anonima. Anche se, grazie ad esempio al lavoro di associazioni come ItaliaAdozioni e del Comitato nazionale per il diritto alle origini biologiche, si parla di bilanciamento di interessi. Chi ha lasciato un figlio potrebbe sempre cambiare idea. Ricorda Taddeo: "Sono state sentenze della Corte Costituzionale e della Cassazione ad aprire in questa direzione, tenendo in debito conto anche il diritto del figlio adottato e tutelando comunque la riservatezza della mamma attraverso lo strumento dell’interpello". Equilibrio è la parola chiave della storia. E la ripete Grazia Passeri, presidente di ’Salvabebè’. "Se una donna chiede l’anonimato, vuol dire che ha un motivo molto serio. Capisco, i diritti di tutti sono sacrosanti. Ma rischiano di aumentare le situazioni estreme, come me ne sono capitate a decine in questi anni. Ci saranno donne così impaurite che arriveranno ad eliminarlo, il bambino. Per questo serve cautela".