Paolo Giacomin Il 15 giugno sarà ricordato come una data storica nella costruzione europea. Se il lancio del primo eurobond non rimanga un fatto isolato collegato ai Recovery fund, ma divenga quel normale strumento finanziario attraverso il quale si finanziano gli Stati. Gli Stati, non l’Unione: imprigionata, almeno finora, dal tabù del guai a mettere il debito in comune. Tabù che ora non fa più paura, vuoi...

Paolo

Giacomin

Il 15 giugno sarà ricordato come una data storica nella costruzione europea. Se il lancio del primo eurobond non rimanga un fatto isolato collegato ai Recovery fund, ma divenga quel normale strumento finanziario attraverso il quale si finanziano gli Stati. Gli Stati, non l’Unione: imprigionata, almeno finora, dal tabù del guai a mettere il debito in comune. Tabù che ora non fa più paura, vuoi perché la commissione è guidata da una tedesca, Ursula von der Leyen, rappresentante di un Paese che è stato spesso il punto di riferimento di quel fronte del Nord e dell’austerità che di debito in comune non ha mai voluto sentir parlare. Vuoi perché Brexit ha tolto dal tavolo una Gran Bretagna governata dalla sterlina e mai interessata più di tanto all’euro. Che, con buona pace di molti, si affaccia a superare i vent’anni, con tutti gli strumenti per confermarsi la seconda valuta del pianeta.

Due le cose che contano. La prima è la reazione dei mercati: l’emissione del Recovery bond da 20 miliardi di euro servirà a finanziare le ripartenze. Se i mercati risponderanno positivamente – come ha notato il professor Alberto Quadro Curzio – potranno diventare permanenti. E cambiare passo all’Europa. La seconda cosa che conta è il dato politico: arrivare a un “quasi“ eurobond – il quasi è definizione del presidente del Consiglio Mario Draghi – con dieci anni di ritardo rispetto alle necessità, è sempre meglio di niente. Romano Prodi, lo stesso Quadro Curzio, Jacques Delors, Giulio Tremonti, sono tutte personalità che ne hanno sostenuto la necessità da tempi non sospetti. Prodi, di fronte al Recovery bond, ne ha tratto la visione possibile: è una decisione che mette al centro la solidarietà proiettata al futuro. Chance sprecate, per esempio, durante la crisi del 2008-2011, quando la crisi dei debiti sovrani infiammò le guerre dello spread. Evitabili con gli eurobond, se tutti lo avessero voluto. Tutti, ma proprio tutti, perché in un mondo che va alla velocità dell’intelligenza artificiale, l’Europa continua a volersi muovere solo con l’unanimità. E anche questo è un problema.