Enzo Ghinazzi, in arte Pupo (Cristini)
Enzo Ghinazzi, in arte Pupo (Cristini)

Roma, 2 agosto 2016 - «Io sono nato giocatore. Ce l’ho nel dna. Ce l’ho dentro. È un fatto congenito. Ho sempre giocato, sin da piccolo». Enzo Ghinazzi in arte Pupo è forse uno dei giocatori più famosi d’Italia. Ovvio, è il cantante di ‘Gelato al cioccolato’ e di ‘Su di noi’, è il presentatore tv, ha scritto libri, fatto film. Ma è soprattutto un giocatore. Punta forte, rischia, perde e vince. È uno che ha conosciuto la disperazione, ha raschiato il fondo del barile, è risorto. Questo è il suo racconto.

Pupo, come si finisce per essere ‘malati di gioco’?
«Io vengo da una famiglia di giocatori. Sono cresciuto nel circolo ricreativo del mio paese, di fatto una bisca clandestina. Il babbo giocava, la mamma stava al bancone. Io dormivo lì, finché alle due di notte non mi portavano in braccio a casa. Per me vivere in mezzo ai giocatori è normale».

Normalità diventata malattia...
«Bisogna capire che questo vizio per me è anche una passione. Ebbene, io ho dovuto rinunciare alla mia passione. Ai tempi della scuola lavoravo per giocarmi quel che guadagnavo. A 12 o 13 anni ero il giocatore-ragazzino più famoso del mio paese: biliardo, ramino, poker, ramino pokerato, scopone scientifico, 100 mila lire a botta».

Che tipo di vita è quella del ludopatico?
«È una vita che non è vissuta. È un andare sempre più a fondo. Ci sono anche elementi di vero e proprio delirio. Da una parte credi di essere dio in terra, di poter cambiare le carte con la sola forza del pensiero. Dall’altra è continua depressione. La prima cosa che perde il giocatore quando si abbandona completamente è l’autostima. Chi gioca vuole innanzitutto ritrovare il proprio io, ma non ci riesce mai. Non è una sfida con gli altri, ma una battaglia con se stessi».

Lei ha avuto problemi finanziari molto gravi legati al gioco...
«A 25 anni ero miliardario, a 35 ero completamente rovinato. Mi avevano pignorato le case, gli strumenti musicali, la collezione d’arte, i dischi d’oro, tutto. Vivevo grazie alle serate che facevo in nero. Ho passato dieci anni così. Però tutto questo mi ha dato anche la dimensione di quanta forza reattiva ci fosse in me. Io sono l’esempio vivente che se ne può uscire. Nel mio caso il miracolo è stato l’amore della mia famiglia, delle figlie, di mia madre, che mi hanno sempre sostenuto anche quando era facile spararmi addosso. Poi c’è stato un altro miracolo: quello della sofferenza».

La sofferenza?
«Sì. È con con la sofferenza che bisogna imparare a vivere, è quello l’unico modo di uscirne. La bacchetta magica non c’è. Deve scattarti un meccanismo nella testa».