Sergio Spadaro, pm nel processo Eni/Shell-Nigeria, ora è indagato
Sergio Spadaro, pm nel processo Eni/Shell-Nigeria, ora è indagato
Avrebbero "ignorato" atti e documenti che andavano a favore degli indagati, poi tutti assolti, nell’inchiesta sul processo per corruzione internazionale che aveva al centro il pagamento di tangenti da parte di Eni e Shell. Denaro che sarebbe servito ad ottenere la licenza del campo petrolifero Opl-245 in Nigeria. La Procura di Brescia, competente su quella di Milano, ha iscritto nel registro degli indagati l’aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, che dovranno rispondere dell’articolo 328 del codice penale, cioè "rifiuto e omissione di atti d’ufficio". Da accusatori ad accusati. De Pasquale e Spadaro avevano chiesto pesanti condanne per l’ad del "Cane a sei zampe", Claudio Descalzi, per il suo predecessore Paolo Scaroni, e per diversi manager del gruppo italiano e dell’olandese Shell. Secondo la procura di Brescia, i due...

Avrebbero "ignorato" atti e documenti che andavano a favore degli indagati, poi tutti assolti, nell’inchiesta sul processo per corruzione internazionale che aveva al centro il pagamento di tangenti da parte di Eni e Shell. Denaro che sarebbe servito ad ottenere la licenza del campo petrolifero Opl-245 in Nigeria.

La Procura di Brescia, competente su quella di Milano, ha iscritto nel registro degli indagati l’aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, che dovranno rispondere dell’articolo 328 del codice penale, cioè "rifiuto e omissione di atti d’ufficio". Da accusatori ad accusati.

De Pasquale e Spadaro avevano chiesto pesanti condanne per l’ad del "Cane a sei zampe", Claudio Descalzi, per il suo predecessore Paolo Scaroni, e per diversi manager del gruppo italiano e dell’olandese Shell.

Secondo la procura di Brescia, i due titolari dell’inchiesta non depositarono le prove della falsità di Vincenzo Armanna, ex manager di Eni licenziato e divenuto poi l’accusatore principe nel caso costruito da De Pasquale e Spadaro, non producendo agli atti diverse chat e una registrazione in cui lo stesso Armanna dichiarava esplicitamente di essere disposto a ricattare i vertici della società petrolifera e di esser pronto a coinvolgere i pm milanesi per far arrivare "una valanga di merda e un avviso di garanzia" ai top manager del gruppo.

Traspare già nelle motivazioni della sentenza di assoluzione dei manager, depositata solo 48 ore fa e firmata dal giudice Marco Tremolada, un’ombra pesante sull’operato di aggiunto e pm. "Mancano prove certe ed affidabili dell’esistenza dell’accordo corruttivo contestato", scrivono i giudici.

E, sebbene concordino sul fatto che "l’ammontare di denaro non tracciabile, movimentato sia una prova indiziaria del carattere genericamente illecito dei pagamenti derivati dai proventi dell’affare, non è invece condivisibile l’assunto conclusivo che gran parte di tale somma (...) sia finita nella disponibilità dei pubblici ufficiali nigeriani che hanno reso possibile gli accordi illeciti". Per di più, "risulta incomprensibile la scelta del pubblico ministero di non depositare fra gli atti del procedimento un video che portava alla luce l’uso strumentale che Vincenzo Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni".

Video con la registrazione di un incontro tra l’ex manager Eni, Armanna, e l’ex legale esterno del "cane a sei zampe", Piero Amara, proprio quello della "loggia massonica Ungheria", sentito dal pm Paolo Storari, quest’ultimo indagato per rivelazione di segreto d’ufficio. Ma quella sulla "loggia Ungheria" è una inchiesta parallela. "La Procura – scrivono ancora i giudici – contro i vertici Eni aveva prove evanescenti, si è fidata di testimoni imbarazzanti, ha nascosto il video che avrebbe segnato un punto a favore delle difese". La segnalazione del procedimento a carico dei due pm è arrivata al procuratore della Cassazione Giovanni Salvi, al Consiglio superiore della magistratura e al ministero della Giustizia. L’inchiesta di Brescia riguarda, oltre al video tra Armanna e l’avvocato Amara, i documenti, a loro trasmessi dal pm Paolo Storari, relativi a un versamento di 50mila dollari da un conto dello stesso Armanna al teste Isaac Eke (ex poliziotto del paese africano).

I computer degli uffici dei magistrati indagati, lunedì scorso sono stati perquisiti per acquisire le email dei due magistrati. Il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, in una nota in soccorso dei suoi due pm spiega: "L’indagine nei confronti dell’aggiunto De Pasquale e del pm Spadaro è atto dovuto che merita rispetto istituzionale, tanto quanto l’assoluta professionalità dei colleghi. È stata consegnata alla procura di Brescia una nota, inviata a questo procuratore il 5 marzo 2021, nella quale i colleghi esprimevano, in modo dettagliato, la loro valutazione critica in ordine al materiale ricevuto, peraltro informale ed oggetto di indagini tuttora in corso".

Ancora una volta emerge dunque una spaccatura netta all’interno della procura milanese e una visione opposta anche su Armanna: credibile per i due magistrati del caso Eni-Nigeria, mosso da fini personali invece per il pm Paolo Storari e per i giudici del tribunale di Milano che, nella sentenza dello scorso marzo, hanno assolto tutti gli imputati.