Una troupe al lavoro in piazza Duomo
Una troupe al lavoro in piazza Duomo

Milano, 24 gennaio 2015 - È un po' come se la famosa scena di Totò e Peppino “Noio vulevuan savuar" fosse stata girata a Cinecittà e piazza Duomo ricostruita in un capannone. Era questa fino a poco tempo fa la realtà del cinema a Milano: i produttori preferivano imbarcarsi nella ricostruzione di scorci meneghini in qualsiasi città piuttosto che girare sotto la Madonnina. Così, per esempio, «Le Cinque Giornate di Milano» di Carlo Lizzani sono state girate a Torino. Adesso le cose stanno cambiando ma «Per troppo tempo Milano è stata vista come nemica dall’industria cinematografica. E ora è dura riguadagnare il terreno perso. Anche perché, nel frattempo, gli altri si sono organizzati». A parlare è Alberto Contri, direttore (in scadenza) della Lombardia Film Commission, la fondazione di Regione, Comune di Milano, Fondazione Cariplo e Unioncamere, nata per agevolare le troupe al lavoro sul territorio regionale e nel contempo promuovere le bellezze lombarde. E creare un indotto che quest’anno, con 200 produzioni assistite, quanticato in 11 milioni di euro.

Cifre dalle quali è escluso il cineturismo, un affare milionario che Milano rischia di non sfruttare. La serie tv di Elisa di Rivombrosa, per esempio, ha fatto lievitare le visite al misconosciuto castello di Agliè (Torino) fino a quasi 100mila in un anno. «Anche la Lombardia potrebbe approfittarne – spiega Contri – A parte il mare, qui c’è tutto. Una volta una produzione indiana voleva girare delle scene sulla neve in estate. Nessun problema, c’è lo Stelvio».

Gli indiani, appunto. La salvezza, insieme ai cinesi, del cinema lombardo. In due anni sono state 14 le produzioni di Bollywood sotto la Madonnina. Un’occasione che significa tanto lavoro per i professionisti lombardi del settore (noleggio attrezzature, catering, ma anche alberghi, ristoranti, negozi di moda). Poi ci sono i cinesi. L’ultima produzione, un kolossal milionario, si è svolta un mese fa a Milano in gran segreto: c’era il timore che le star cinesi venissero prese d’assalto dai fan di origine asiatica. E infine, gli ultimi arrivati: gli arabi. Che a Milano hanno ambientato un reality show. E sono proprio questi “clienti” stranieri che hanno permesso al comparto tecnico legato al cinema milanese di chiudere il 2014 con un +10% di fatturato (a fronte di un -7% del cinema italiano al box office).

Eppure le cose ancora non vanno come dovrebbero. «Innanzitutto i soldi – dice Contri – Film Commission molto più piccole, per esempio della Lucania o di Bolzano, hanno dotazioni economiche per noi impensabili. E poi c‘è la burocrazia, il vero limite. Ci sono i permessi da chiedere, in alcuni casi si arriva a 17 per un singolo set, gli assessorati, i pareri tecnici, i timbri. Per arrivare alla fine magari a negare a una mega-produzione cinese la possibilità di girare un inseguimento perché avrebbe comportato troppi disagi al traffico. Produzione che infatti ha subito deviato su Parigi. Perché il vero passo che bisogna fare è culturale: due ore di traffico difficile possono valere molti soldi, una città come Milano non può ignorarlo».