Roma, 4 aprile 2015 - Almeno 70mila posti pronti per i giovani italiani. Non è uno scherzo, anzi: è la porta, già aperta. Quella del privacy officer è l’occasione di lavoro più importante nel mercato digitale del 2015. Un’opportunità regalata dall’introduzione in Italia di una figura professionale futuristica, eppure già largamente presente nelle imprese di mezza Europa. Ma di cosa stiamo parlando? Lo abbiamo chiesto a Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy, esperto del settore e analista attento della protezione dei dati personali sul web. Del resto la stessa Federprivacy (prima in italia) riceve già tantissime richieste dalle multinazionali per le certificazioni di questo nuovo profilo professionale. «Nei prossimi 12 mesi permetteremo a 1000 professionisti di dotarsi di credenziali documentate – ha spiegato Bernardi -, mediante gli attestati di qualità rilasciati ai sensi della legge 4/2013, e i certificati basati sulla norma ISO 17024 emessi dal Tuv Examination Institute».

Dottor Bernardi, che cos’è un privacy officer?

«Può essere un dirigente già presente in azienda, oppure un esterno, che abbia le competenze per valutare se il trattamento dei dati personali è sviluppato in maniera corretta. Nel nostro Paese c’è scarsa consapevolezza di questa figura, eppure già tante aziende ci richiedono le certificazioni. E’ ormai praticamente un obbligo per 20mila pubbliche amministrazioni e circa 50mila aziende. E’ una figura fondamentale per evitare sanzioni ed enormi risarcimenti del danno. Oltre che per difendersi dagli hacker. Inoltre con l’espansione dei social network bisogna fare molta attenzione ai dati preda di efficaci campagne di marketing. Un punto chiave è la pubblicità comportamentale, il privacy officer deve muoversi anche su questi nuovi fenomeni. Infine gli smartphone: oggi un’azienda può localizzare il potenziale cliente. Con i cellulari si può fare tutto. Anche questo campo può riguardare il privacy officer»

Che titoli deve avere?

«Direi una laurea in informatica giuridica o in ingegneria informatica, sarebbero ideali. I giovani devono farsi trovare pronti, questo è un modo per combattere il fenomeno dei cervelli in fuga. Cogliamo l’attimo, poi non lamentiamoci se i privacy officer in Italia sono stranieri»

Ci saranno concorsi pubblici?

«Dovrebbero esserci, oltre ai bandi per le consulenze. Ripeto, le pubbliche amministrazioni e le pmi devono attrezzarsi. Le grandi realtà lo sono già» A livello normativo come siamo messi? «Attendiamo a maggio l’approvazione del nuovo regolamento europeo sulla privacy, che sostituirà quello vecchio. Entrerà in vigore però soltanto tra due anni, per quanto riguarda le sanzioni. Intanto, in questo periodo transitorio, le aziende italiane devono assumere privacy officer per stare al passo con il resto del mondo. All’interno di un paradosso».

Quale?

«Le aziende cercano professionisti….che non ci sono. Bisogna formarsi, soprattutto con le lingue straniere. A oggi mancano circa 150mila professionisti digitali. Tutto quello che prima avveniva fisicamente ora va in digitale. Solo il 4% della aziende italiane fa e-commerce: è un dato che deve crescere assolutamente»

Nel mercato digitale, quali saranno le altre figure professionali richieste?

«Si creeranno tanti posti per amministratori di sistema, I.T. manager e security manager. Quest’ultimo può anche lavorare in coppia con il privacy officer. Quello della sicurezza è un altro punto chiave: secondo il regolamento europeo vigente c’è l’obbligo per le aziende, entro le 48 ore, di comunicare eventuali attacchi privacy all’autorità garante. Altrimenti si beccano pure una sanzione. Questo per dire che oggi servono tanti professionisti bravi che conoscano la Rete».

L’Italia quindi è pronta per i privacy officer?

«I giovani tra i 20 e i 30 siano pronti a raccogliere la sfida, auspichiamo che si creino anche degli sbocchi universitari. Ci sono 2-300 manager in Italia che non hanno protezione dei dati. I nostri ragazzi si impegnino, questa è l’opportunità del futuro»