Gabriele

Canè

A sentirla così suona molto bene: una mano tesa ai giovani, uno sguardo al futuro. Non aveva nemmeno l’aria di buttarla lì in modo strumentale, Enrico Letta, la proposta di far votare anche i sedicenni. Perché no? In America a quell’età guidano già la macchina. Insomma, lui ci crede. È altrettanto lecito, però, crederci un po’ meno. Perché a 16 anni, forse, è ancora più difficile guidare la propria scelta elettorale. Oggi più che mai. Perché il problema non è di maturità. Non è che i ragazzi sono più maturi perché maneggiano uno smartphone. E non è neppure un fattore di avviamento alla politica. Abbiamo avuto generazioni di giovani in carriera nonostante avessero incominciato a votare a 21 o a 18 anni. Letta compreso. Il nodo semmai sta nella formazione, nella scuola, a cui il leader Pd fa riferimento, in prospettiva. Ma quella attuale è strutturata per formare una coscienza politica? Si favoleggia dell’ora di educazione civica, ma è una sorta di araba fenice. Poi, siamo sinceri, è questa una priorità dei nostri giovani? Non sarà solo tornare al pub per uno spritz? Di sicuro, però, ci troviamo di fronte a generazioni disorientate dalla crisi economica e sanitaria, chiuse in casa, isolate nella Dad, bisognose di uscire, di socializzare. Possiamo discutere di tutto, anche del voto. Ma sapendo che non è certo questo uno dei loro bisogni primari. Mettiamolo in agenda, presidente Letta. Per tempi migliori.