di Paola Pioppi Poche parole, seguite da una serie di coltellate al collo, al braccio, alla schiena e al torace. Così è stato ucciso ieri mattina a Como don Roberto Malgesini, sacerdote di 51 anni impegnato nell’assistenza alle persone senza fissa dimora alle quali ogni giorno prestava aiuto. Tra queste, c’era anche il suo aggressore, Ridha Mahmoudi, tunisino di 53 anni, che lo conosceva e gli aveva chiesto consigli in passato, prima che una rabbia crescente lo convincesse che tutti – anche chi gli prestava assistenza – si fossero coalizzati per volere il suo male e rispedirlo in Tunisia. L’assassino temeva di essere seguito ed era convinto che ci fosse un complotto per cacciarlo dall’Italia, un complotto di cui avrebbe fatto parte anche il sacerdote che lo aiutava. Così Mahmoudi ha avvicinato don Roberto pochi minuti dopo le 7, davanti alla...

di Paola Pioppi

Poche parole, seguite da una serie di coltellate al collo, al braccio, alla schiena e al torace. Così è stato ucciso ieri mattina a Como don Roberto Malgesini, sacerdote di 51 anni impegnato nell’assistenza alle persone senza fissa dimora alle quali ogni giorno prestava aiuto. Tra queste, c’era anche il suo aggressore, Ridha Mahmoudi, tunisino di 53 anni, che lo conosceva e gli aveva chiesto consigli in passato, prima che una rabbia crescente lo convincesse che tutti – anche chi gli prestava assistenza – si fossero coalizzati per volere il suo male e rispedirlo in Tunisia.

L’assassino temeva di essere seguito ed era convinto che ci fosse un complotto per cacciarlo dall’Italia, un complotto di cui avrebbe fatto parte anche il sacerdote che lo aiutava. Così Mahmoudi ha avvicinato don Roberto pochi minuti dopo le 7, davanti alla chiesa di San Rocco, mentre stava caricando le colazioni che, come ogni giorno, avrebbe distribuito alle persone che vivono per strada. Il sacerdote si è chinato per mettere i pacchi in auto ed è stato raggiunto dalla prima coltellata, al collo. Si è accasciato accanto alla Panda, inerme sotto gli altri fendenti, davanti ai sacchetti pieni di viveri rimasti tristemente impilati sul sedile. I soccorsi sono stati chiamati da un passante che ha assistito all’aggressione, ma quella ferita al collo ha lasciato al sacerdote solo pochi istanti di vita.

Nel frattempo Mahmoudi, che a sua volta si è tagliato a una mano mentre sferrava i colpi, ha abbandonato a terra il grosso coltello da cucina, acquistato nella convinzione di doversi difendere, e si è incamminato verso la caserma dei carabinieri per costituirsi. Il suo tragitto, di poche centinaia di metri, è rimasto segnato a terra dalle gocce di sangue che perdeva. Tutto ciò che è accaduto in quei pochi attimi è stato ricostruito dalla Squadra Mobile della polizia, coordinata dal sostituto procuratore Massimo Astori, che ha arrestato e mandato in carcere l’omicida. Il tunisino ai poliziotti ha detto di aver ucciso il prete "perché era giusto così": affermazione resa in uno stato confusionale, che ora dovrà essere meglio compreso per capire se dettato dallo choc del momento, o da un disturbo psichiatrico, che però non gli è stato mai riscontrato.

Il delitto di ieri è di una semplicità spiazzante, ma le emozioni che ha scatenato a Como sono enormi. Fin da subito il dolore misto a incredulità per la morte di don Roberto, il prete degli ultimi, si è diffuso in tutta la città, i fiori e le candele si sono moltiplicati nel punto dell’aggressione, dove decine di persone si sono ritrovate a piangere e a ricordarlo.

Perché il sacerdote, estremamente schivo e capace di lavorare in silenzio, era un punto di riferimento per centinaia di persone, sia bisognosi, sia volontari. Per chi assisteva ogni giorno, con il giro delle colazioni, ma anche facendosi carico dei loro problemi, garantendo la sua presenza giorno e notte quando c’era da recuperarli negli uffici di polizia o negli ospedali, cercando di tamponare i drammi quotidiani.

Fino a un paio di anni fa aveva anche frequentato il carcere di Como, affiancando il cappellano nel portare conforto ai detenuti. Attenzioni che erano proseguite nonostante le ordinanze del sindaco Mario Landriscina, che vietavano la distribuzione di alimenti ai poveri, e per la quali don Roberto a dicembre scorso aveva ricevuto una multa, poi archiviata.

L’assassino dal 2015 aveva accumulato alcune denunce per violazione della legge sull’immigrazione, ma prima aveva avuto una vita regolare in Italia, dove era arrivato nel ‘93 e aveva sposato una donna italiana. Il matrimonio però non ha funzionato e dopo la separazione a Mahmoudi è stato revocato il permesso di soggiorno ottenuto per motivi familiari. Quindi le ripetute espulsioni, man mano appellate davanti al Giudice di Pace. La prima, del 2015, gli era stata annullata nel 2017 per motivi di salute.

L’ultimo provvedimento risale ad aprile, ma non era stato possibile eseguirlo per il blocco dei voli a causa dell’emergenza Covid. Mahmoudi nel frattempo aveva presentato l’ennesimo ricorso, che si sarebbe dovuto discutere proprio ieri. E forse questa scadenza ha ulteriormente accresciuto la rabbia dell’immigrato ed è costata la vita ad un sacerdote che voleva solo aiutarlo.