Bologna, 11 settembre 2018 - Non è mai troppo tardi per farsi prete. Senza rinunciare a essere papà di uno chef, immigrato Oltreoceano, e nonno di tre nipotini di lingua inglese e sangue italo-americano. A 71 anni può essere il momento giusto per salire all’altare, in barba alla pensione e alla sua stanca routine del gira e rigira nel parchetto sotto casa prima di sprofondare in poltrona davanti alla tv. Meglio dire messa la domenica e mettersi al completo servizio di una parrocchia, deve aver pensato Giuseppe Mangano, natali a Corato, nel Barese, da mezzo secolo trapiantato a Bologna. Vedovo dal 2008, da cinque anni diacono permanente (questo ministero, riscoperto dal Vaticano II, è inserito nel primo gradino dell’ordine sacro ed è aperto anche agli uomini sposati), sabato sarà ordinato presbitero dall’arcivescovo Matteo Zuppi.

Possiamo chiamarla don Nonno?
"Certamente, non mi offendo mica. D’altronde è la verità (sorride compiaciuto nell’ingresso del seminario di Bologna durante una pausa della ‘Tre giorni del clero’, ndr )".

Che lavoro svolgeva prima di andare in pensione?
"Sono stato un dipendente della Sip, poi Telecom. Ho lavorato fin da quando studiavo: mi sono laureato in Scienze politiche".

Sia sincero, don, qualcuno gliel’ha chiesto ‘ma chi te l’ha fatto fare’?
"La maggior parte dei miei amici sostiene questa scelta. Altri sono un po’ più perplessi per via della mia età. Ma io mi sento bene, in forma, pronto a iniziare un nuovo servizio a cui Dio mi ha chiamato".

E i nipotini come hanno preso la notizia della sua prossima ordinazione?
"Sono contentissimi. Hanno capito che per loro non cambierà nulla: sarò sempre il nonno di Francesca, 15 anni, e dei due gemellini di dieci, Vasco e Giuseppe".

Ha già pensato a quando celebrerà la prima messa davanti a loro tre?
"Capiterà fra qualche mese, perché loro non riescono a venire in Italia adesso. Sono già emozionato al solo pensiero, non sarà una celebrazione eucaristica come le altre".

Come se la cava con l’inglese? Dovrà dire messa in quella lingua...
"Non sono bravissimo, ma almeno qualche parola cercherò di tirarla fuori. Poi ci penserà mio figlio, 46enne, da 25 anni negli Stati Uniti, a fare da traduttore".

Da vedovo, padre e nonno si sente di poter meglio capire i problemi dei fedeli?
"Non credo di essere migliore di nessuno. Ho solo fatto un percorso che è il quotidiano per tanti uomini e donne. Questo potrà aiutarmi nel mio ministero".

Per il diritto canonico vigente nella Chiesa cattolica di rito latino, qualora fosse ancora sposato, non sarebbe mai potuto diventare prete.
"Proprio così, credo che mia moglie abbia interceduto per me. Negli ultimi tempi, quando ormai poteva respirare solo con l’ossigeno, mi chiedeva spesso se, una volta volata via, sarei potuto diventare prete. Oggi sarebbe felice, sapeva che ci tenevo".

Tuttavia dalla sua ordinazione diaconale a quella al presbiterato sono passati ben cinque anni: ha incontrato qualche difficoltà nel frattempo?
"L’ex arcivescovo, il cardinale Carlo Caffarra, aveva qualche dubbio in merito. Di contro Zuppi, una volta ascoltata la mia storia, mi ha abbracciato e detto ‘sono contento’. Non so se in quel momento ero più entusiasta io o lui".

Lo studio nel seminario di Bologna per lei è stato un ritorno al passato, vero?
"Sì, l’ho frequentato per tre mesi nel ’68 prima di uscirne. Erano gli anni della contestazione, dell’obbedienza che non è più una virtù, come insegna don Lorenzo Milani, della polemica sul celibato obbligatorio".

Che è ancora lì: è pronto a rispettare questa regola?
"Alla mia età non è un grosso problema (altra risata, contagiosa, ndr )".

Per molti preti più giovani di lei continua a esserlo, invece.
"Infatti mi dispiace che diversi presbiteri, anche di talento, siano usciti dal ministero per questa ragione".

Hanno tradito?
"No, no, non giudico nessuno. Tutt’altro, penso piuttosto che matrimonio e presbiterato non siano in contrapposizione. Da secoli la Chiesa cattolica di rito orientale ha anche dei preti sposati".

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