Davide Nitrosi Si dirà che è una battaglia di retroguardia. Ma qualcuno la deve pur combattere. Perché di fronte all’ottimismo californiano di Zuckerberg, alle magnifiche sorti e progressive del metaverso, ultima frontiera del mondo digitale, qualcuno dovrà pur dire – usando le parole dello scrivano ribelle...

Davide

Nitrosi

Si dirà che è una battaglia di retroguardia. Ma qualcuno la deve pur combattere. Perché di fronte all’ottimismo californiano di Zuckerberg, alle magnifiche sorti e progressive del metaverso, ultima frontiera del mondo digitale, qualcuno dovrà pur dire – usando le parole dello scrivano ribelle narrato da Melville – io preferirei di no. Qualcuno che dica: preferisco vivere, con tutti i dolori e le gioie della vita, piuttosto che vivere virtualmente doveri e piaceri.

Preferisco me stesso e i miei simili a un avatar. Preferisco i nostri innumerevoli limiti, errori e debolezze, piuttosto che la perfezione proposta dal metaverso. Per capirci: l’ultima trovata di mister Facebook è quella di costruire un mondo virtuale dove noi abbiamo un avatar, un profilo digitale, magari con le nostre fattezze, che partecipa a riunioni di lavoro, conviviali, viaggi, e chissà persino incontri sentimentali. I nostri corpi fermi su una poltrona o un divano, un visore sugli occhi e tutto il resto oltre quel visore. Orrore. Meglio impazzire in coda nel traffico, correre a prendere l’ultimo treno, inventare scuse per i ritardi, non sapere come guardare in faccia qualcuno o cercare gli occhi di una persona. Meglio vivere nell’ossigeno reale che nel cloud digitale.

Se questa è l’evoluzione della rete allora preferisco spegnere tutto. La vita non è un videogioco. Le finzioni virtuali non possono sostituirsi neppure alle finzioni della vita reale: rischi, felicità, pianti, ferite, furie, risate. Ci sono cose che sulla pelle fanno male. Ma solo sulla pelle è vita.