Genova, 17 agosto 2018 - «Ora viene un fulmine e ci carbonizza tutti», prova a scherzare Antonio, ma non troppo perché qui hanno visto un’apocalisse che non avrebbero mai creduto possibile. Sono tutti sotto al ponte di ferro della ferrovia che scavalca via Fillak e se davvero, come raccontano, un fulmine ha fatto cadere il viadotto... Ma l’ombra del ponte, le bottigliette d’acqua e la frutta che i volontari della Protezione civile distribuiscono sono l’unico conforto per le 613 famiglie di via Porro, via Fillak e via della Pietra, sfollati da due giorni, come terremotati. 
Hanno sistemato sedie di plastica bianca da giardino, come fosse un’arena estiva, in effetti a un film sembra di esserci dentro. «Angelo Vieda... Angelo Vieda... Sonia Rosso, Massa Paola... Antonio... Giovanni... Gabriella». Urla da ore il capo squadra dei vigili del fuoco, Claudio Vezzosi, la voce comincia ad andar via, il rumorio degli sfollati cresce, spunta un megafono. «Arriva, arriva», gridano i vicini quando conoscono il nominato che si è allontanato di qualche metro, giusto per muovere le gambe. Sembra un film ma è il baratro che il ponte Morandi crollando ha spalancato davanti a centinaia di vite e di cui non si vede il fondo. Getti un sasso e ti risponde solo il silenzio dell’incertezza. E il panico. 

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In quei palazzoni più vecchi del ponte c'è la loro vita di prima: animali, fotografie, documenti, abiti, ricordi, le rate del mutuo pagate e quelle da pagare. Aspettano che arrivi il loro turno di essere chiamati per andarla a recuperare, almeno l’essenza della loro vita che era, accompagnati dai vigili del fuoco preparati a ogni evenienza, consapevoli che quel moncone del Morandi rimasto sospeso rischia di precipitare. L’afa, la fame, la sete, la paura del domani. Troppo. E allora la rassegnazione fa l’effetto dell’adrenalina con il dolore: calma. La rabbia squarcia per un attimo l’attesa, quando dall’altra parte delle transenne che delimitano la zona rossa compare una Panda della società Autostrade. «Assassini» grida una donna. Sono solo tecnici, loro si fermano, tornano indietro e riprende la scena il brusio dell’attesa di chi ancora deve passare, di chi esce con le valigie piene dell’essenziale, con i gatti o i cincillà nelle gabbiette, la vaschetta dei pesci rossi, il cane al guinzaglio. La famiglia Rodinò ce l’ha fatta, erano in lista dalle 16 di ferragosto: Giuseppe e la moglie trascinano il cagnolino e i trolley con dentro trent’anni di loro. 
In tanti ancora aspettano, e non sanno se ce la faranno prima di sera. Arianna ha 10 anni e si maschera dietro gli occhiali di papà recuperati in macchina martedì quando sono scappati neppure un’ora dopo il crollo, la camicina che indossava quando il boato dell’apocalisse l’ha buttata giù dal letto. Sua sorella Lilli la protegge con gli occhi: mentre correvano fuori di casa ha avuto la lucidità di afferrare solo il cellulare, il suo collegamento con il mondo, e la felpa di Arianna: «Pioveva a dirotto», spiega. Bella, la mamma, veglia su di loro con discrezione.

Quando è successo era al lavoro, in casa al numero 7 di via Porro, c’era il marito. Hanno i tratti dei sudamericani e l’inflessione genovese. «Il primo giorno ci siamo arrangiati da un’amica, poi siamo andati al centro civico di via Buranello del Comune per chiedere aiuto e ci siamo sentiti dire che potevamo andare anche al consolato ecuadoregno. Ma noi siamo italiani, abbiamo la cittadinanza, io sono qui da 27 anni loro sono nate a Genova. Ed è qui che è successa questa tragedia – racconta Bella mentre l’orgoglio le ricaccia indietro le lacrime –. Lì c’è la nostra casa, proprio quel palazzo sotto al ponte. L’abbiamo comprata nel 2003 e dobbiamo finire di pagarla. Paura? Noi no, lo vedevamo così grande che dava la sensazione di essere indistruttibile. Ora cosa facciamo non ci dicono niente, ci hanno mandato in albergo a Cornigliano ma solo per due notti. Dobbiamo tornare al centro di Sampierdarena domani e forse ci rimanderanno da qualche altra parte. Ma dove? Delle istituzioni non abbiamo sentito nessuno». 

Lì, al numero 7 di via Porro ancora in piedi non si sa per quanto, c’è ancora tutta la loro vita, anche i libri: fra meno di un mese Arianna e Lilli dovranno tornare a scuola. Sperando che queste crisi di panico passino presto. «Prima quel terremoto, poco dopo tutti che urlavano, suonavano ai campanelli: viene giù tutto, scappate! – ricorda Lilli –, io già le avevo le crisi, a mia sorella sono venute con il crollo. Ha parlato con una psicologa». «Mi ha detto di stare tranquilla – racconta Arianna – mi ha detto che era un ponte vecchio, molto fragile, che cadevano dei pezzi ma che ora possono stare tranquilla. Ho dormito meglio». 
«È una beffa». È sfinita Roberta Celotto, 59 anni, infermiera in un ambulatorio del Galliera al lavoro dalle 7 del mattino di quel maledetto martedì 14 agosto, precettata fino a quando si è capito che erano molti di più i morti. «Quale beffa? Ho sempre avuto paura di quel ponte, avrei voluto andarmene tanti anni fa ma vivo lì sotto, al 7, da trenta. I miei figli non hanno mai voluto andarsene». Perché? «Per loro Certosa, Sampierdarena, è il massimo».