La riduzione della letalità grazie ai vaccini
La riduzione della letalità grazie ai vaccini
"Abbiamo sbagliato strategia e alla fine abbiamo perso due mesi". Quando si guardano i numeri, è difficile pensarla diversamente. Il tanto atteso 'effetto vaccini' inizia a farsi sentire, ma non come avrebbe dovuto. Secondo Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi, la letalità – ovvero il numero di persone morte sul totale di quelle infettate – è ancora troppo alta. I calcoli sono complessi, ma prendendo in considerazioni le dosi iniettate per fascia d’età e il numero di decessi, a ieri la riduzione è stata del 21%. Se avessimo scelto un’altra strada, secondo il modello di Villa, avremmo dovuto avere un calo del 54%. Coronavirus Italia: il bollettino del 22 marzo Vaccino Sputnik V, Putin attacca l'Ue AstraZeneca e non solo:...

"Abbiamo sbagliato strategia e alla fine abbiamo perso due mesi". Quando si guardano i numeri, è difficile pensarla diversamente. Il tanto atteso 'effetto vaccini' inizia a farsi sentire, ma non come avrebbe dovuto. Secondo Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi, la letalità – ovvero il numero di persone morte sul totale di quelle infettate – è ancora troppo alta. I calcoli sono complessi, ma prendendo in considerazioni le dosi iniettate per fascia d’età e il numero di decessi, a ieri la riduzione è stata del 21%. Se avessimo scelto un’altra strada, secondo il modello di Villa, avremmo dovuto avere un calo del 54%.

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"Il motivo è che la campagna vaccinale italiana si è concentrata sin dall’inizio sul mettere in sicurezza il personale sanitario, la cui età mediana – fa notare il ricercatore sul sito dell’Ispi – è solo di poco superiore a quella italiana di 46 anni. Significa che le persone che abbiamo protetto avrebbero comunque avuto una probabilità molto bassa di presentare forme gravi o di morire a causa dell’infezione da Sars-CoV-2, e dunque la riduzione di letalità ottenuta era molto bassa. Nel corso dell’ultimo mese è cominciata e poi andata a regime la vaccinazione delle persone over-80 in Italia, ed è proprio per questo che cominciamo a vedere i primi effetti di riduzione significativa della letalità".

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Effetti che però sarebbero troppo blandi, anche perché stando agli ultimi dati solo 15% degli ultraottantenni avrebbe ricevuto le due dosi del vaccino necessarie per essere considerati protetti. "Se ci fossimo concentrati subito sulla fascia d’età 80-89 anni, e poi via via a scendere, avremmo raggiunto una riduzione della letalità del 54%. Avremmo dimezzato i decessi rispetto a uno scenario senza vaccini". E ancora più sconsolante è notare che la riduzione che abbiamo registrato ieri, scegliendo la strategia più efficace, l’avremmo raggiunta lo scorso primo febbraio. Ovvero quasi due mesi fa.

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Anche Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco e dell’università Statale di Milano, condivide questa analisi. "Tra personale sanitario e over 80 c’è una bella differenza. I secondi sono molti di più e sono anche la categoria che ha dimostrato di essere colpita maggiormente e con più violenza dal Covid. Con tutta franchezza – spiega – avremmo dovuto vaccinare prima gli anziani. C’è anche da dire che proteggere da subito medici e infermieri, quando è iniziata la campagna vaccinale, suonava accettabile, anche perché eravamo tutti convinti che presto avremmo avuto a disposizione tutti i vaccini di cui avevamo bisogno. Tornando indietro, sarebbe stato meglio fare diversamente. Ma era impossibile da sapere".

Andrea Crisanti, invece, è scettico. "La letalità resta alta perché non abbiamo vaccinato abbastanza persone. I decessi avvengono in media dopo 3-5 settimane dall’infezione, mentre l’effetto protettivo dei sieri scatta dopo 2-3 settimane dalla seconda dose. Bisogna combinare i due fattori e andare a vedere quante erano le persone immunizzate sette settimane fa: davvero molte poche. E comunque – conclude il professore di microbiologia all’Università di Padova – vaccinare gli operatori sanitari è stato fondamentale. Sono le persone più esposte e perderle significa in automatico un aumento dei decessi, visto che viene a mancare il personale in grado di curare gli ammalati. È una questione etica. L’operatività del sistema sanitario è una priorità".