Antonio Pizzinato in una foto d'archivio
Antonio Pizzinato in una foto d'archivio
Roma, 6 dicembre 2020 – Come cominciano la militanza e l’educazione politica di un operaio comunista del Novecento?  "Cominciano a 14 anni alla Borletti a Milano, a via Washington, subito dopo la guerra, quando un operaio più grande ti insegna a tornire, a fresare, a rettificare, a lavorare su tre macchine differenti. E contemporaneamente ti insegna cose anche per la vita: ti manda alla scuola serale. E, da militante politico del Pci e sindacalista della Cgil allora unitaria, ti spinge a frequentare, durante l’intervallo di mensa, la sezione del partito che era lì, nel piazzale, davanti alla fabbrica". E’ un ricordo lucido e secco quello di Antonio Pizzinato, classe 1932, che da ragazzo incontra il Partito e il Sindacato in uno dei luoghi-simbolo della città operaia del ’47 e da allora attraversa il "secolo breve" tra le certezze e i dubbi sul Comunismo realizzato, passando per quattro, intensi, anni vissuti a Mosca, e la successiva caduta di quelle speranze. Ma, sempre, lungo un tragitto che ha nella "formazione politica" la sua cifra.   Quando arriva alla Borletti?  "A 14 anni, dal Friuli. Sono affidato a un operaio specializzato del reparto attrezzeria. Benché solo dal punto di vista familiare, mi ritrovo in un sistema di formazione professionale, culturale, politica e sociale che mi fa crescere".  Quanto rimane in quella fabbrica?  "Dieci anni, passando da apprendista a operaio qualificato e specializzato. Con l’interruzione del servizio militare di 22 mesi, come marinaio da sbarco del battaglione San Marco impiegato, tra le altre attività, ai confini con la ex Jugoslavia all’epoca delle tensioni...

Roma, 6 dicembre 2020 – Come cominciano la militanza e l’educazione politica di un operaio comunista del Novecento? 
"Cominciano a 14 anni alla Borletti a Milano, a via Washington, subito dopo la guerra, quando un operaio più grande ti insegna a tornire, a fresare, a rettificare, a lavorare su tre macchine differenti. E contemporaneamente ti insegna cose anche per la vita: ti manda alla scuola serale. E, da militante politico del Pci e sindacalista della Cgil allora unitaria, ti spinge a frequentare, durante l’intervallo di mensa, la sezione del partito che era lì, nel piazzale, davanti alla fabbrica".

E’ un ricordo lucido e secco quello di Antonio Pizzinato, classe 1932, che da ragazzo incontra il Partito e il Sindacato in uno dei luoghi-simbolo della città operaia del ’47 e da allora attraversa il "secolo breve" tra le certezze e i dubbi sul Comunismo realizzato, passando per quattro, intensi, anni vissuti a Mosca, e la successiva caduta di quelle speranze. Ma, sempre, lungo un tragitto che ha nella "formazione politica" la sua cifra.  

Quando arriva alla Borletti? 

"A 14 anni, dal Friuli. Sono affidato a un operaio specializzato del reparto attrezzeria. Benché solo dal punto di vista familiare, mi ritrovo in un sistema di formazione professionale, culturale, politica e sociale che mi fa crescere". 

Quanto rimane in quella fabbrica? 

"Dieci anni, passando da apprendista a operaio qualificato e specializzato. Con l’interruzione del servizio militare di 22 mesi, come marinaio da sbarco del battaglione San Marco impiegato, tra le altre attività, ai confini con la ex Jugoslavia all’epoca delle tensioni per Trieste". 

Come diventa sindacalista? 

"Quando torno dal militare mi viene offerto di candidarmi come componente della Commissione interna per la Cgil. E quella fu la prima esperienza come sindacalista, con le assemblee che diventano luoghi e occasioni di democrazia ma anche di formazione. Mentre la fabbrica cambiava intorno e si automatizzava, con una serie di problemi di riorganizzazione del lavoro come quelli relativi ai ritmi della catena di montaggio, delle pause e delle sostituzioni". 

C’erano già anche le scuole sindacali e partito. Lei le ha frequentate? 

"Feci un corso di formazione sindacale a Ariccia, quindici giorni alla scuola della Cgil. Alle Frattocchie, la scuola del Pci, invece non sono andato. A mia volta, sono stato l’organizzatore del centro studi dei metalmeccanici prima nel Comasco e successivamente a Pian dei Resinelli, nel Bergamasco. Quando era il turno si saliva a Pian dei Resinelli e si stava tre o quattro settimane". 

Ha fatto ben altra scuola di politica a Mosca. Che cosa era la formazione "sovietica" di un giovane operaio comunista italiano? 

"Andai a Mosca alla Scuola superiore di Stato. Era una scuola con 1500 allievi di una cinquantina di Paesi. Tre erano le materie di studio fondamentali: la storia, l’economia e la filosofia. Oltre alla lingua. Dopo il primo anno le lezioni erano in russo". 

Quanti anni è stato? 

"Quattro anni, dal 1958 al 1961. E il viaggio di ritorno fu davvero avventuroso. Da Mosca andammo a Praga e da Praga a Berlino. Ma arrivammo a Berlino il giorno della chiusura del Muro. Non si poteva passare più. Tornammo a Praga e ci dirigemmo in Svizzera. Ma avevamo un passaporto che non mi permetteva di tornare in Italia, perché quando ero partito non c’era ancora l’accordo Urss Italia. Mi dovettero portare i nuovi documenti". 

Perché fu scelto lei per Mosca? 

"Perché come componente della Commissione interna della Borletti facevo parte anche del comitato centrale del Pci milanese e di quello della Fgci. Ero anche nel direttivo nazionale dalla Fiom".  

Fu individuato, insomma, come enfant prodige del partito e del sindacato. A Mosca dove abitava? 

"Vivevamo in un pensionato in centro. Eravamo una collettività di studenti e dopo il primo anno parlavamo tutti il russo. C’erano uomini e donne". 

Come era organizzata la vostra vita nella Mosca di fine anni Cinquanta?  

"Avevamo gli orari. Al mattino presto ginnastica e colazione, formazione fino alle 12,30. Intervallo per il pranzo. Alle tre si riprendeva fino alle 19. Dalle 19 alle 21 si poteva andare a cena. Si doveva rientrare in camera poco dopo. Inizialmente la camera era per due, dopo singola".  

Potevate uscire? Vi portavano in giro? 

"La vita era molto scandita dall’impegno nello studio. Ma c’erano periodi di trenta, quaranta giorni l’anno nei quali ci si muoveva per visitare altri luoghi: Leningrado, la Siberia, l’Ucraina. Ricordo un incontro con Fidel Castro proprio a Mosca". 

In Siberia a fare che cosa?

"Visitavamo i luoghi di lavoro. Partecipavamo lì, come altrove, alle assemblee (ne ricordo una nello stadio con Krusciov), alla vita politica e sociale delle comunità locali e delle fabbriche. Questo permetteva di capire come funzionava la dialettica tra partito, sindacato e direzione di fabbrica. Tutto questo contribuì a farmi comprendere come stavano le cose, quali fossero le forme di partecipazione ma anche i limiti". 

C’erano altri italiani? 

"Eravamo in dieci. Faccio un solo nome: Rubbi, che è stato componente della segreteria nazionale con Enrico Berlinguer e responsabile dell’organizzazione".  

Ha trovato l’Italia cambiata al ritorno? Che incarico assume? 

"A Milano era la stagione delle grandi lotte aziendali. Faccio un primo periodo alla federazione del Pci che aveva come segretario Armando Cossutta. Dopo fui inviato a Napoli per tre mesi a fare la campagna elettorale a San Giovanni a Teduccio per le elezioni amministrative. Alla fine torno a Milano e entro nella Commissione contrattazione della Fiom con altri due giovani studenti universitari". 

Quando arriva a Sesto San Giovanni?

"E’ l’incarico successivo, segretario della Fiom di Sesto e dura dieci anni. Me lo comunicano un lunedì e il giorno dopo sono già in città". 

Quali erano le fabbriche simbolo della città?

"Erano quattro: la Falck con i suoi cinque stabilimenti e migliaia di lavoratori, le Breda, con altri cinque stabilimenti,  la Marelli, che aveva due stabilimenti e la Magneti Marelli. Parliamo di almeno 30 mila lavoratori". 

La Sesto Stalingrado d’Italia: arriva nel cuore della lotta operaia e delle trasformazioni sociali e sindacali. 

"Sì, ma era anche il luogo dove si era sviluppata la lotta operaia negli scioperi del ’43 ’44. E negli anni Sessanta è stato uno dei luoghi decisivi nella costruzione della contrattazione aziendale, delle regole in materia di ambiente di lavoro e sicurezza. Siamo i primi a conquistare il Centro di sicurezza sul lavoro. Facciamo il primo accordo in Italia alla Falk per l’orario di 40 ore con le quattro squadre su tre turni giornalieri. Alla fine del decennio viviamo e gestiamo anche la stagione della elezione dei Consigli di fabbrica, con la partecipazione di tutti i lavoratori. Il sindacato diventa il sindacato di tutti i lavoratori e non solo degli iscritti. Nel ’71 a Sesto arrivammo a creare il Sumi, il sindacato unitario dei metalmeccanici, due anni prima della FLM". 

Militanza e formazione continue di un giovane dirigente comunista tra gli anni Sessanta e i primi anni Settanta. 

"Sì, militanza, formazione, cambiamenti continui dentro e fuori la fabbrica erano la vita di quegli anni. Non ci si fermava mai". 

Un ultimo ritorno al futuro. Andiamo avanti di venti anni: quel giovane, diventato sessantenne tra gli Ottanta e gli inizi dei Novanta, come vive la fine del comunismo, dell’Urss e di questa lunga, intensa, militanza politica e sindacale con la vita impastata nel partito e nel sindacato? 

"Non c’è stato un pensiero unico. C’era dialettica fin dai fatti dell’Ungheria del ‘56 e ancora di più per quelli di Praga del ‘68. Non possiamo dimenticare che cosa significò negli anni Ottanta in Polonia la battaglia di Solidarnosc: Walesa lo invitammo anche a Milano. Ma, al di là delle singole vicende, posso dirle che fin dagli anni di Mosca e anche per quella esperienza mi ero convinto che nella costruzione di una società equa e giusta socialmente fosse necessario trovare forme di democrazia e partecipazione. E, dunque, che fosse necessario compiere significativi passi in avanti nella costruzione della democrazia".