di Nino Femiani Piove a dirotto a Mazara. Il rumore della pioggia è incessante e copre quello dei gabbiani. Sono le 10, si alza il suono delle sirene dei motopesca in porto, sovrastato dalle urla di gioia dei familiari dei 18 pescatori tornati con i loro pescherecci, "Medinea" e "Antartide", dopo una prigionia di 108 giorni nelle sordide carceri della Libia. Domenica di festa, ma anche un giorno in cui si distillano dubbi e ambiguità sulle modalità della liberazione degli ostaggi del generale Khalifa Haftar, ras di Bengasi. Davvero è bastato l’intervento di Conte e...

di Nino Femiani

Piove a dirotto a Mazara. Il rumore della pioggia è incessante e copre quello dei gabbiani. Sono le 10, si alza il suono delle sirene dei motopesca in porto, sovrastato dalle urla di gioia dei familiari dei 18 pescatori tornati con i loro pescherecci, "Medinea" e "Antartide", dopo una prigionia di 108 giorni nelle sordide carceri della Libia. Domenica di festa, ma anche un giorno in cui si distillano dubbi e ambiguità sulle modalità della liberazione degli ostaggi del generale Khalifa Haftar, ras di Bengasi.

Davvero è bastato l’intervento di Conte e Di Maio? O è stato dato qualcosa in cambio? E qual era la contropartita? Soldi, armi o prigionieri libici? È tutta farina del sacco dell’Aise, il controspionaggio estero, o sono intervenuti anche i servizi russi che da sempre sono gli amici e alleati di Haftar nel braccio di ferro contro Serraj? È noto che Mosca dia un sostegno ad Haftar su più livelli: diplomatico, economico e militare. Si dice che Putin abbia inviato sulle sabbie libiche dei tiratori scelti, ben addestrati ed esperti, che sono riusciti ad aumentare le capacità operative delle milizie di Haftar offrendo un appoggio altamente professionale nei compiti sia offensivi sia di intelligence. È probabile che, proprio utilizzando la sponda dell’intelligence russa, l’Aise sia riuscita a fare breccia tra i carcerieri di Haftar mettendo sul piatto la mercede giusta. "Mentre ero prigioniero in Libia ho sentito che ci sarebbe stato uno scambio di ostaggi tra noi pescatori e dei prigionieri in Italia. Ma non so altro". La fonte di quest’indiscrezione-bomba è Giri Indra Gunawan, pescatore indonesiano di 43 anni. Accanto a lui c’è il collega, sempre indonesiano, Samsudin Mom di 40 anni. "Sono stati i carcerieri a raccontarci dello scambio di ostaggi", ribadisce.

Illazioni, farneticazioni? Lo scopriranno i pm di Piazzale Clodio già al lavoro. La Farnesina smentisce, ma anche Asharq Al-Awsat, quotidiano panarabo vicino al generale Haftar, parla di scambio con alcuni scafisti libici detenuti nelle carceri italiane. Oltre alle modalità politiche del rilascio, sul molo a festa di Mazara mentre si librano nel cielo le colombe bianche, tengono banco i tre mesi della cattività. "Ogni mattina, poco dopo le sei, battevano forte i pugni contro la porta per svegliarci. Non la smettevano più. Era un tormento", racconta il pescatore indonesiano. "Non ci hanno picchiato – dice il comandante del Medinea, Pietro Marrone ai carabinieri del Ros che lo hanno sentito per tre ore – . Però ci umiliavano. Non ci dicevano mai niente sulla nostra prigionia. Ci urlavano contro solo le parole ‘Italia-Libia’. Ossessivamente, come se tutto dipendesse da un accordo tra i due Paesi". Ormeggiati nella banchina "Ruggero II", i pescatori si sbracciano a salutare i familiari. A bordo però salgono per primi i medici per effettuare i tamponi: tutti negativi.