Leo

Turrini

Forse conviene analizzarla e raccontarla laicamente, la curiosa storia dei grandi assi dello sport che rinunciano alla Olimpiade di Tokyo. Magari rifuggendo dal moralismo. Da Federer a Lebron James, da Serena Williams a Belinelli, da Sinner a Berrettini, insomma, lunga è la lista dei fuoriclasse che hanno risposto "grazie, no" all’invito dei Giochi. È certamente, senza entrare nel merito dei casi specifici, infortuni e convalescenze croniche hanno avuto il loro peso, nel rifiuto.

Colpisce, però, una cosa. Tra i protagonisti di quelle che un tempo erano le discipline regine dei Cinque Cerchi, penso al nuoto e all’atletica leggera, nessuno ha volontariamente gettato la spugna. Per tacere dei cosiddetti “sport minori”, che solo ogni quattro (cinque stavolta, causa Covid) anni hanno il loro attimo di gloria.

È come se l’appartenenza a mondi meno condizionati dal business abbia reso meno inquietante la minaccia della pandemia. Per dire, il nostro Gregorio Paltrinieri non si è arreso nemmeno alla mononucleosi!

L’Olimpiade ha aperto le sue porte, iper professionisti compresi, all’alba degli Anni Novanta del secolo scorso. Era inevitabile ed era anche moralmente giusto, la finzione del dilettantismo doveva essere superata. Ma è anche vero, come stiamo imparando in questa agonica marcia di avvicinamento a Tokyo, che i Giochi non sono uguali per tutti. E si vede.