Marcella Cocchi Proviamo a farci alcune domande: perché nei casi di uccisione di un bambino non si usa “infanticidio“? Perché non si parla di “maschicidio“ o, che so, di “cinesecidio“? L’uso di “femminicidio“ è una gentile concessione alla (giusta) lotta contro le discriminazioni di genere? No. Giovedì sarà il giorno per l’eliminazione della violenza contro le donne: basta leggere le ultime statistiche per capire che, a...

Marcella

Cocchi

Proviamo a farci alcune domande: perché nei casi di uccisione di un bambino non si usa “infanticidio“? Perché non si parla di “maschicidio“ o, che so, di “cinesecidio“? L’uso di “femminicidio“ è una gentile concessione alla (giusta) lotta contro le discriminazioni di genere? No. Giovedì sarà il giorno per l’eliminazione della violenza contro le donne: basta leggere le ultime statistiche per capire che, a livello di numeri, non c’è paragone. Siamo arrivati a contare un femminicidio ogni tre giorni. Solo nell’ultima settimana, abbiamo raccontato sul nostro giornale cinque delitti contro le donne. La 34enne Juana Cecilia Loayza è stata ammazzata a Reggio Emilia dall’ex fidanzato perché aveva osato postare una foto che la ritraeva al pub sorridente. Proprio come risulta in tantissimi casi di femminicidio, lui non accettava l’indipendenza di lei. Si dirà: ma l’emancipazione femminile dovrebbe essere scontata nel 2021, un killer del genere è solo una stortura della società. No. Mentre l’omicidio tout court è da sempre perseguibile, non si può dire lo stesso nel caso di una donna, tanto è vero che fino a 40 anni fa non era ancora stato cancellato dal codice penale l’attenuante del “delitto d’onore” abolito nell’81.

È corretto usare il termine “femminicidio“ perché il movente ha a che vedere con un rapporto uomo-donna distorto, in cui capita più frequentemente che sia un lui a confondere con il possesso quello a cui si dovrebbe dare il nome di amore. E il copione si ripete, di continuo. Anche negli ultimi casi: a Reggio Emilia il femminicida era uno stalker, era già stato denunciato, aveva patteggiato la pena; nel caso della strage familiare del Modenese di martedì scorso, l’uomo non accettava il fatto che la donna avesse messo fine alla relazione. Altro schema classico, più difficilmente riscontrabile a parti inverse. Le vittime di oggi, oltre ad avere più tutele come il codice rosso – ma, ci si chiede: è sufficiente, visto che il sistema giudiziario non riesce spesso a bloccare la violenza? – sulla carta avrebbero dovuto avere più libertà di un tempo. Eccola la loro “colpa“. Ecco perché il “femminicidio“ esiste.