di Antonella Coppari Tra i nomi in corsa per il Quirinale si fatica a trovarne uno che abbia meno di settant’anni. Siamo un paese per vecchi? "È innegabile: siamo un Paese per vecchi, ma non mi porrei questo problema per il Colle". Claudio Velardi, un brillante presente di analista politico e un passato altrettanto importante a sinistra, non ha dubbi: "Essendo un’istituzione di garanzia, il Quirinale ha bisogno di esperienza e saggezza, due doti che si acquistano solo con l’età". Per alcuni un presidente avanti negli anni non resisterebbe a lungo nell’incarico e dunque potrebbe essere una soluzione transitoria per lavorare a un’intesa su un identikit che convinca se non tutti, molti. "È un principio assurdo, che non solo non esiste sul piano...

di Antonella Coppari

Tra i nomi in corsa per il Quirinale si fatica a trovarne uno che abbia meno di settant’anni. Siamo un paese per vecchi?

"È innegabile: siamo un Paese per vecchi, ma non mi porrei questo problema per il Colle". Claudio Velardi, un brillante presente di analista politico e un passato altrettanto importante a sinistra, non ha dubbi: "Essendo un’istituzione di garanzia, il Quirinale ha bisogno di esperienza e saggezza, due doti che si acquistano solo con l’età".

Per alcuni un presidente avanti negli anni non resisterebbe a lungo nell’incarico e dunque potrebbe essere una soluzione transitoria per lavorare a un’intesa su un identikit che convinca se non tutti, molti.

"È un principio assurdo, che non solo non esiste sul piano giuridico, ma che non si deve neanche mettere in campo. Un presidente della Repubblica a tempo non sta né in cielo né in terra. L’incarico dura 7 anni. Altro conto se, per sua libera scelta, decide di passare la mano e nella situazione in cui ci troviamo potrebbe anche essere possibile. Nel 2023 si voterà e avremo un radicale cambio della rappresentanza politica, perché da 945 parlamentari si passerà a 600. La platea che eleggerà il capo dello Stato muterà radicalmente. A quel punto, se Mattarella fosse stato rieletto, potrebbe di sua spontanea volontà decidere di passare la mano. Anche per questo, è la soluzione che auspico".

È impossibile che un altro dica ’arrivederci e grazie’ nel 2023?

"Ma figuriamoci. Però è chiaro che per rieleggere Mattarella, ci vorrebbe l’unanimità. Purtroppo, ora c’è Giorgia Meloni che dice no. Se lei non dimostra un atteggiamento più responsabile, questa operazione diventa complicata".

Ha fatto i conti senza Mattarella. Come convincerlo al bis?

"Quando la patria chiama, cioè quando tutti vanno da lui in ginocchio per chiedergli il bis, diventa difficile per chiunque dire di no".

Se così non fosse, in lizza ci sono persone che hanno poco o niente in comune: c’è Amato, ci sono Berlusconi e Prodi, c’è Draghi e c’è Casini. La versatilità di quest’ultimo lo rende testa di serie?

"Intanto, togliamo Draghi dalla lista: mettere in mezzo l’uomo che ci sta facendo recuperare il prestigio internazionale, l’unico in grado di gestire i fondi del Pnrr, colui che sta facendo vestire all’Italia un ruolo di primissimo piano, è una follia totale. Solo dei goliardi, questi sì vecchi, possono fare questo gioco. Scartata questa ipotesi, le altre sono in campo. Fermo restando che tutte passano per un accordo tra i due poli e il centro, ne aggiungerei un altro paio".

A chi pensa?

"Vista la gravissima condizione in cui versa la giustizia, con l’ultimo caso scandaloso dei conti correnti di Renzi pubblicati dai giornali, io considererei anche Luciano Violante e Marta Cartabia, avendo l’attuale guardasigilli il vantaggio di essere donna oltre che persona di spessore".

Berlusconi ha chances reali?

"No. Fermo restando che Prodi e lui sono ottime figure, in particolare Berlusconi ha in questi anni assunto comportamenti da statista, sono entrambi personaggi di un’altra stagione".

Giorgetti dice che se Draghi salisse al Quirinale, di fatto avrebbe poteri ben più ampi dei suoi predecessori.

"L’ipotesi di Giorgetti è una boutade. La presidenza della Repubblica ha limiti invalicabili: la gestione del Pnrr come quella delle riforme sarebbe in mano al capo del governo".

Resta un problema di fondo nella partita del Quirinale: i leader controllano le loro truppe?

"Salvo il Pci, non le hanno mai controllate. In questa legislatura, in seguito al terremoto politico che c’è stato, non esiste proprio che i capi partito controllino i voti. I parlamentari faranno marameo alle loro indicazioni".

Dalle urne può uscire una sorpresona?

"No. È facile opporsi a qualche candidatura calata dall’alto, ma è difficile mettere d’accordo questa banda di matti".