Xi Jinping, 68 anni, segretario Pc cinese e presidente della Repubblica popolare
Xi Jinping, 68 anni, segretario Pc cinese e presidente della Repubblica popolare
Il G20 di Roma – che si chiude domani, lo stesso giorno nel quale si apre la Cop26, la conferenza sul clima di Glasgow – è l’ultima speranza per convincere i Paesi che remano contro a porsi obiettivi più ambiziosi per far fronte alla crisi climatica. La bozza del comunicato finale del G20 ("Rispondendo all’appello della comunità scientifica, ci impegniamo ad affrontare la sfida esistenziale del cambiamento climatico: devono essere avviate azioni immediate per mantenere l’obiettivo di 1,5 gradi a portata di mano") agli ottimisti offre qualche appiglio. Ma la realtà è che i Paesi responsabili della metà...

Il G20 di Roma – che si chiude domani, lo stesso giorno nel quale si apre la Cop26, la conferenza sul clima di Glasgow – è l’ultima speranza per convincere i Paesi che remano contro a porsi obiettivi più ambiziosi per far fronte alla crisi climatica. La bozza del comunicato finale del G20 ("Rispondendo all’appello della comunità scientifica, ci impegniamo ad affrontare la sfida esistenziale del cambiamento climatico: devono essere avviate azioni immediate per mantenere l’obiettivo di 1,5 gradi a portata di mano") agli ottimisti offre qualche appiglio. Ma la realtà è che i Paesi responsabili della metà delle emissioni non vogliono impegni.

Due conti aiutano a capire. Mettendo assieme le nazioni che non vogliono nuovi impegni – Cina al 29,3%, India al 7,1%, Russia al 5%, Giappone al 2,9%, Brasile al 2,1%, Arabia Saudita al 2%, Turchia all’1%, Australia all’1% – si raggiunge e si supera il 50% delle emissioni totali. C’è una maggioranza di blocco che annacqua gli impegni che hanno preso o prenderanno gli altri. I Paesi dovevano presentare i nuovi impegni per la Cop26, e 120, che valgono grosso modo la metà delle emissioni globali, l’hanno fatto. Ma il risultato è inadeguato, sia perché mancano Paesi responsabili della metà delle emissioni sia perché dei 120 "virtuosi" la metà ha presentato Ndc (gli impegni nazionali di taglio delle emissioni, ndr) di facciata, che non comportano una vera sforbiciata. E il piatto piange. "I nuovi o aggiornati Ndc e gli impegni annunciati per il 2030 – dice il rapporto Emissions Gap dell’Unep – hanno solo un impatto limitato sulle emissioni globali e sul divario di emissioni nel 2030, riducendo le emissioni previste per il 2030 solo del 7,5%, rispetto ai precedenti Ndc incondizionati. Mentre il 30% è necessario per limitare il riscaldamento a 2°C e il 55% è necessario per 1,5°C. Questo porterebbe a un riscaldamento di 2,7°C". Una Caporetto.

Dei Paesi G20 solo otto nazioni (Francia, Germania, Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Argentina, Canada, Sudafrica) hanno aumentato i loro impegni. Ma il cuore di tutto è la Cina, e non a caso il presidente Xi non è Roma e non andrà a Glasgow. Le promesse cinesi di riduzione sono limitate e le emissioni zero saranno raggiunte solo nel 2060, e non nel 2050 come chiede l’Ipcc. È lei, responsabile di quasi un terzo delle emissioni globali, il convitato di pietra. La ragione si chiama carbone, la fonte energetica più inquinante e che sarebbe prioritario eliminare il prima possibile. Ma la Cina (e con lei l’India) non vogliono fare a meno del carbone. E non solo non lo eliminano, ma costruiscono nuove centrali. Nel 2020, la Cina ha installato più di tre volte la nuova capacità di energia a carbone di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme, l’equivalente di più di una grande centrale a carbone alla settimana. E non molla: Pechino ha oggi 247 Gigawatt di centrali a carbone in sviluppo (88,1 Gw in costruzione e 158,7 Gw proposti). Ecco perché prende tempo. E a meno di improbabili miracoli questo ci porterà lontano dagli obiettivi di Parigi.