Monsignor Zuppi e Fausto bertinotti con una foto di Peppone e Don Camillo
Monsignor Zuppi e Fausto bertinotti con una foto di Peppone e Don Camillo

Brescello, 17 febbraio 2019 - Il trascorrere delle epoche a volte induce a rileggere le situazioni e gli uomini con sentimenti e disposizioni d’animo nuove. Comprensibile, la sensibilità di oggi non può essere quella di sessanta anni fa quando l’Italia viveva altre energie e altre tensioni. Prendiamo Giovannino Guareschi, lo scrittore con i baffoni, campione dell’anticomunismo pur dopo essere stato prigioniero dei nazisti. Inventò due personaggi che hanno segnato un’epopea letteraria, Peppone, il sindaco Pci tutto d’un pezzo, e don Camillo, un prete battagliero, amici-nemici nell’Italia dello scontro fra cattolici e comunisti, duellanti di paese come in una pellicola ante litteram di Ridley Scott.

Fra racconti, film e satira, la coppia esprimeva comunque posizioni contrapposte. Cosa resta oggi di Guareschi, baffone impertinente? Il vescovo di Bologna Monsignor Matteo Zuppi, uno dei più stimati collaboratori di Papa Francesco, e Fausto Bertinotti, alfiere di ciò che resta della Rifondazione comunista, si sono confrontati sulla modernità delle idee e dell’opera di Giovannino Guareschi nei posti che ispirarono la fantasia dello scrittore. 

Con un seguito di 150 fedeli hanno ripercorso, su iniziativa della Diocesi bolognese, i luoghi guareschiani. A partire da Roncole Verdi, paese dove Guareschi ha vissuto, con dibattito incorporato. I fedeli (ma senza il vescovo e l’ex leader di Rifondazione) hanno poi proseguito verso Brescello, dove furono girati i celebri film. Peppone e don Camillo ne sono usciti, più che avversari, come gemelli diversi che, rispetto al mondo attuale teatro della caduta delle ideologie e della frantumazione dei partiti tradizionali, tiravano dalla stessa parte, erano populisti nel senso positivo del termine a differenza di ciò che evoca la stessa parola nella turbolenza odierna.

Chissà cosa avrebbe inventato nelle sue novelle Guareschi, testimone di un mondo semplice a blocchi contrapposti. Nel caos di oggi, dove Pd e FI a giorni alterni sono alleati contro 5Stelle e Lega e dove ex Pci e Dc si sono spalmati un po’ di qua e un po’ di la, si sarebbe divertito. Monsignor Zuppi dice che c’è bisogno di una Chiesa alla Don Camillo ("che pure non era politicamente corretto") che sia se stessa anche perché (cita il Papa) quel sacerdote era un modello, pregava e conosceva tutti. Pur nella fiction politica, era un modello anche perché era fermamente anticomunista ma sempre pronto a dare una mano a tutti, compresi i paesani col pugno chiuso. E Peppone? Bertinotti: "Direbbe alla sinistra di oggi, visto lo stato deplorevole in cui si trova, di essere autentica, credere in ciò che fa ed essere una parte vivente del popolo". 

Eccola, la rilettura guareschiana, vista da Zuppi e Bertinotti. Peppone e don Camillo, più che essere visti come gli avversari interpreti di mondi che si prendevano a spallate, hanno invece qualcosa da insegnare oggi alle rispettive sponde, pur geneticamente diverse da allora. Sarà anche vero, ma Giovannino, da anticomunista, non scherzava. Ebbe il coraggio di dire no a Giovanni XXIII, il Papa buono, che gli chiese di partecipare alla stesura del nuovo catechismo. Declinò l’invito non ritenendosi degno, ma anche perché intraprese la via di opposizione radicale verso il flirt dei governi di centrosinistra, cioè l’alleanza fra Dc e Psi.

Le figure di Peppone e don Camillo affiorano comunque come avversari che in ogni caso avevano il senso della comunità, mentre uno tifava per Gesù e l’altro per Stalin. Due populisti? Non nel significato di oggi, ma nel senso del contatto diretto con la gente. "Attenzione, ora c’è il populismo che cova odio", avverte Bertinotti mentre parla in questa fetta di Padania felix. Ma si ferma e non si avventura in citazioni di partiti. Don Camillo e Peppone, ancora una volta si sono dati la mano. Giovannino Guareschi, che definiva simpaticamente i comunisti trinariciuti, da lassù sorride. Era e resta un gigante.