Una sede dell'Inps (Ansa)
Una sede dell'Inps (Ansa)

Roma, 19 luglio 2018 - La Corte di Strasburgo ha respinto il ricorso di oltre 10mila pensionati italiani contro il decreto Poletti del 2015, che ha riguardato la perequazione delle pensioni per il 2012 e 2013. "Non c'è stata  - dicono i giudici europei  - alcuna violazione dei diritti" dei contribuenti.

IL RICORSO  - I ricorrenti sostenevano che il provvedimento - introotto dopo la bocciatura da parte della Corte Costituzionale del 'Salva-Italia' del 2011-  avesse "prodotto un'ingerenza immediata sulle pensioni per il 2012 e 2013 e permanente per effetto del blocco sulle rivalutazioni successive". La misura non avrebbe poi "perseguito l'interesse generale", sarebbe "sproporzionata" e avrebbe anche violato il diritto alla proprietà.

Di diverso parere la Corte europea dei diritti dell'uomo, secondo cui la riforma del meccanismo di perequazione delle pensioni è stata introdotta proprio per tutelare l'interesse collettivo, e in particolare,  per "proteggere il livello minimo di prestazioni sociali e garantire allo stesso tempo la tenuta del sistema sociale per le generazioni future", in un momento in cui "la situazione economica italiana era particolarmente difficile". 

La Corte di Strasburgo sottolinea anche "ridurre o modificare l'importo delle prestazioni fornite nell'ambito di un regime di sicurezza sociale rientra nel potere legislativo degli Stati", tanto più perché gli effetti del decreto Poletti non espongono i pensionati "a delle difficoltà di sussistenza incompatibili con quanto prescritto dalla convenzione europea dei diritti umani". Nel dispositivo che accompagna la sentenza di inammissibilità del ricorso, si legge infatti che "la misura controversa non sembra avere avuto un impatto significativo per gli anni in questione: per il 2012 è nullo per le pensioni inferiori a circa 1.500 euro, sale al 2,7% per le pensioni di oltre 3.000 euro; un risultato simile può essere calcolato sul 2013".

LA RIFORMA POLETTI - Il decreto-legge n. 65 del 2015 fu introdotto dopo la sentenza della Corte costituzionale che dichiarava illegittima la norma della Legge Fornero che per gli anni 2012-2013 aveva bloccato l’adeguamento automatico all’inflazione delle pensioni con un importo mensile di tre volte superiore al minimo Inps (1.450 euro lordi). 

Tale decreto restituiva parte della rivalutazione: il 100% per le pensioni fino a 3 volte il minimo Inps, il 40% per le pensioni da 3 a 4 volte, il 20% per quelle di importo superiore di 4 e 5 volte il minimo Inps, il 10% per quelle tra 5-6 volte. Non furono contemplati dalla riforma invece i beneficiari di pensioni superiori a 6 volte il minimo Inps.

Il provvedimento passò indenne all'esame della Consulta nell'ottobre del 2017 che lo ritenne frutto di un bilanciamento "non irragionevole" tra i diritti dei pensionati e le esigenze dello Stato.