Carla Campanini, 65 anni
Carla Campanini, 65 anni

Coenzo di Sorbolo (Parma), 31 maggio 2020 - “E poi insegno a fare la maglia con le dita. Un antistress portentoso”. Tra le storie dell’Italia segreta che, insistono tutti i sondaggi, ci prepariamo a riscoprire dal 3 giugno - dopo che il Coronavirus ci ha tenuto chiusi in casa - ci sono le lane colorate e tutte naturali di Carla Campanini, una signora di 65 anni che vive nella pianura padana a Coenzo di Sorbolo, nelle campagne di Parma, al confine con il Reggiano. Dopo una vita da segretaria, ha deciso di dedicarsi alla sua passione vera, quella per i filati. Colora lana di pecora Cornigliese, una razza un tempo diffusissima nella sua terra ma che poi ha rischiato l’estinzione. Lo fa per passione e con essenze naturali, dai ricci al vino ai pomodori. E anche per questo ha un posto tra i custodi di Rural, l’associazione con sede a Parma che riunisce soprattutto agricoltori e allevatori di Emilia Romagna, Liguria e Toscana impegnati "a recuperare e proteggere antiche varietà vegetali razze animali da decenni abbandonate equasi estinte”, come spiega il sito. 
Il lavoro a maglia con le dita, diceva.
“Lo propongo a chi non sa usare i ferri o l'uncinetto, lo insegno in diretta nelle manifestazioni. È un gioco, veramente semplice. Bastano pochi passaggi ripetitivi di fili. Ottimo antistress. Anche un modo per dare sfogo alla manualità e creatività che tutti abbiamo. Il cordone tubolare che si ottiene può essere interrotto o proseguito a piacimento. Il risultato? Dalle collane agli scaldacollo".
Lei stava al computer, ha cambiato vita.
“Mi ci sono buttata. Ho seguito la mia passione per la manualità sui filati naturali. Ho iniziato a interessarmi della lana cornigliese dieci anni fa. Lavorata in modo semi-industriale, con i macchinari di una volta non a mano con il fuso, che è bellissimo ma si ferma lì. Invece si deve andare avanti,per l'economia. La sperimentazione si fa per coinvolgere persone e produrre lavoro, questo è il tentativo. La mia curiosità mi ha spinto anche a capire la filiera, allora  vedevo la lana soltanto andando a comprarla in negozio, a quel tempo ce n'erano  ancora tanti a Parma”.



La pecora cornigliese, un piccolo tesoro.

"Adatta soprattutto a produrre carne e lana.  Da quella di tosa, che si chiama sucida, seguo tutto il viaggio che arriva ai gomitoli colorati. In questo momento  mi occupo dell'ultima parte, per il resto collaboro con alcuni artigiani e seguo  i lavori. Il filato si può personalizzare. Cardato, pettinato... Prima non sapevo neanche cosa fossero. Un impegno che mi entusiasma. Lo porto avanti anche dal direttivo dell'associazione Agricoltori e allevatori custodi di Parma".

Una grande passione.

"Che potrebbe diventare un'occasione di lavoro per tanti. Anche perché dobbiamo sapere che cosa ci mettiamo addosso".

Usa colori che più naturali non si può.

"Per la tinta sfrutto quel che offre il territorio, quello che trovo:  vino, erbe, foglie, piante, fiori e frutta, così si ottengono matasse di colore unico e  irripetibile, perché nella vera tintura naturale non si riescono a fare con lo stesso prodotto bagni colore uguali ed è questa la magia, l'unicità che ci regala la natura. La prima volta ho usato il vino, il lambrusco va benissimo. Poi da lì ho sperimentato". 

Le sue creazioni?

"Fiori, con un telaio che mi ha fatto mio marito... Oppure borse, ho iniziato quest'avventura proprio perché ne cercavo una particolare per mia figlia. Insisto: con i nostri allevamenti, e non c'è solo la pecora cornigliese, potremmo avere autonomia sui tessuti. Come l'ortica, il lino, tutti filati che sono nel nostro territorio, dobbiamo investire per produrli. Purtroppo sono stati dimenticati, a favore di altri prodotti che non ci danno così beneficio". 

Quest'emergenza ci farà tornare alla terra?

"Io sono della generazione che la terra l'ha abbandonata.  Difficile ritornare. Ci vogliono forza, allenamento, rispetto".