Enrico Letta, 54 anni, è stato vicesegretario del Pd dal 2009 al 2013
Enrico Letta, 54 anni, è stato vicesegretario del Pd dal 2009 al 2013
di Antonella Coppari Le sorprese dell’ultimo minuto sono sempre possibili, ma se domani Enrico Letta non fosse in pectore il nuovo segretario del Pd, sarebbe un’eventualità davvero clamorosa. L’ex premier deve ancora sciogliere la riserva, lo farà prossimamente: "Ho il partito nel cuore ma ho bisogno di 48 ore per decidere", scriveva su Twitter ieri mattina. Le condizioni che ha posto per garantirsi pieni poteri sono state esaudite, sia pure con la messa agli atti del dissenso di Base riformista e Giovani Turchi sul congresso nel 2023, che invece va benissimo a Franceschini e Zingaretti perché blinda l’attuale maggioranza. Nessun contrasto invece sul nome dell’esule. La...

di Antonella Coppari

Le sorprese dell’ultimo minuto sono sempre possibili, ma se domani Enrico Letta non fosse in pectore il nuovo segretario del Pd, sarebbe un’eventualità davvero clamorosa. L’ex premier deve ancora sciogliere la riserva, lo farà prossimamente: "Ho il partito nel cuore ma ho bisogno di 48 ore per decidere", scriveva su Twitter ieri mattina. Le condizioni che ha posto per garantirsi pieni poteri sono state esaudite, sia pure con la messa agli atti del dissenso di Base riformista e Giovani Turchi sul congresso nel 2023, che invece va benissimo a Franceschini e Zingaretti perché blinda l’attuale maggioranza. Nessun contrasto invece sul nome dell’esule. La situazione è troppo difficile per fare gli schizzinosi, a meno di non puntare su uno scontro con primarie all’Ok Corral e il rischio di far esplodere il Pd.

Accettato l’incarico, la palla domenica passerà all’Assemblea nazionale per sbrigare quella che, a questo punto, sarà solo una semplice formalità. Qualcuno voterà con entusiasmo, qualcuno controvoglia: l’unica voce apertamente contraria è quella dell’ex braccio destro di Prodi, Arturo Parisi: "Non serve una soluzione unitaria, fondata su un accordo di vertice pensato per evitare un confronto".

Nonostante l’età, Parisi, cui la sincerità non difetta, assume qui il ruolo del bambino che denuncia la nudità del re. La formula cotta e mangiata, per quanto cucita intorno a una delle migliori riserve che il Pd potesse mettere in campo, è anche una strada per non fare i conti con i problemi del partito. Del resto, non è un segreto che nella stessa tolda di comando zingarettiana ci siano sfumature diverse. Goffredo Bettini preferirebbe usare la tregua per forzare la mano, mentre l’ex segretario sembra perseguire l’opzione meno dirompente.

Il Pd si prepara a festeggiare lo scampato pericolo, ma c’è il rischio che lo champagne venga stappato troppo presto. Un po’ perché le tensioni interne sono sopite, non risolte. "Letta è un nome autorevole, ma serve un congresso prima delle amministrative", osserva il capo dei senatori Marcucci. Incalza il governatore emiliano Stefano Bonaccini: "Dobbiamo aprire una fase costituente". E la Morani avverte: "Meglio una diarchia con una donna". In tal caso, Debora Serracchiani sarebbe disponibile a candidarsi. In larga parte, l’esultanza stona perché c’è qualcosa di surreale in questo avvicendamento ai vertici del Nazareno, che si realizza senza spendere una parola sulla linea politica del partito.

"Dovremmo riflettere sulla nostra identità – sottolinea il presidente dei deputati Delrio – fare una sorta di ’fabbrica del programma’". Non è detto che il suggerimento cada nel vuoto, anche perché il nuovo segretario non tarderà a scoprire le dimensioni ciclopiche del ’rimosso’. Eredita un indirizzo definito quasi nei dettagli nell’alleanza coi grillini di Conte e con Leu, pieno però di lati oscuri. L’appuntamento delle amministrative potrebbe già registrare una divisione. Se poi i risultati dovessero essere sconfortanti, a farne le spese sarebbe proprio lui. Ma è solo il primo scoglio. È difficile che la coalizione vada oltre il tradizionale bacino di consensi della sinistra in Italia, un 30% insufficiente, con ogni legge elettorale, per vincere. Il pericolo è che Letta si ritrovi nella scomoda parte di chi è chiamato a gestire una doppia sconfitta: con la destra e, nella competizione interna, con M5s, senza avere la possibilità di mettere becco nel piano di battaglia.