di Chiara Pozzati "Mi hanno asportato quasi tutto un polmone e sono immunodepressa. Vivo la quarantena da anni: mi sono isolata dal mondo". Scrolla le spalle Flaviana (il nome è di fantasia ndr), mentre fa accomodare nella sua casa tutta ninnoli e speranze. Una porta chiusa da anni e ieri aperta per i medici dell’ Unità mobili multidisciplinari (Umm) dell’ospedale Maggiore di Parma. Gli unici a entrare per visitare l’altra faccia del Covid: anziani soli o ricoverati nelle case di riposo, persone affette da più patologie, chi soffre di mali "cronicamente acuti". Siamo nel cuore della Food valley, la città emiliano romagnola seconda solo a Piacenza nel tributo di vittime e ricoveri della prima ondata del Coronavirus. È qui che...

di Chiara Pozzati

"Mi hanno asportato quasi tutto un polmone e sono immunodepressa. Vivo la quarantena da anni: mi sono isolata dal mondo". Scrolla le spalle Flaviana (il nome è di fantasia ndr), mentre fa accomodare nella sua casa tutta ninnoli e speranze. Una porta chiusa da anni e ieri aperta per i medici dell’ Unità mobili multidisciplinari (Umm) dell’ospedale Maggiore di Parma. Gli unici a entrare per visitare l’altra faccia del Covid: anziani soli o ricoverati nelle case di riposo, persone affette da più patologie, chi soffre di mali "cronicamente acuti". Siamo nel cuore della Food valley, la città emiliano romagnola seconda solo a Piacenza nel tributo di vittime e ricoveri della prima ondata del Coronavirus. È qui che operano le task force per le cure a domicilio, messe a disposizione dall’Ospedale per i pazienti più fragili, per cui anche una visita in pronto soccorso significa rischio vita. Prime ed uniche in Italia, le Umm portano l’ospedale a domicilio. Flaviana, la prima paziente del mercoledì innevato, ha 67 anni e divide la casa con un pappagallo e un batuffolo di pelo simil Yorkshire. "Sono le mie compagne di vita" spiega tra un ecotorace e un emocromo.

A prendersi cura di lei sono Antonio Nouvenne, gastroenterologo, dottore di ricerca in medicina interna e responsabile delle Umm del Maggiore, e Martina Rendo, dirigente medico, pneumologo dell’Ausl di Parma. In meno di mezz’ora Flaviana ha un checkup completo: dall’analisi del sangue, al cuore, e ancora l’ausculto di quell’unico polmone che fa le bizze. "Vorrei offrirvi qualcosa, ma in era Covid non si può – conclude squillante – lasciate almeno che vi faccia un dono". E scompare oltre la porta chiusa del salotto. Ricompare in pochi secondi con la statuetta di una fatina. I medici ringraziano e sorridono oltre la visiera, strizzati nelle tute bianche e grati di quel gesto che significa molto. "Entriamo nelle case degli altri e iniziamo coi pazienti un percorso su misura del loro quadro clinico – spiega Nouvenne, piglio diretto e rassicurante –. Il nostro obiettivo è proprio quello di costruire una medicina personalizzata, ovvero modellata sulle necessità del paziente che non sempre coincide con quella fissata dai protocolli standard. Ci sono persone per cui anche un esame in pronto soccorso può rappresentare un serio pericolo, a maggior ragione in questo periodo di Covid. Ecco perché è essenziale fornire le stesse cure, con i medesimi professionisti dell’Ospedale direttamente a domicilio".

E i numeri sono incoraggianti: "Da aprile ad oggi sono stati visitati 1.790 pazienti, si è evitato l’accesso al pronto soccorso a circa 250 persone e si è potuto effettuare il ricovero diretto per 150 pazienti". L’Umm bussa alla porta di almeno 20 persone al giorno, tra le 100 e le 150 a settimana. Una chiamata per preannunciare l’arrivo e l’auto bianca si mette in moto. "L’equipe è nata nell’era precovid, ma naturalmente il virus ha pesato: per questo abbiamo visitato e tuttora continuiamo a fare diversi pazienti che sono affetti o vivono gli strascichi del coronavirus – prosegue Nouvenne –. L’emozione più grande in quei casi? Sentire il loro sollievo quando constatiamo che sono sulla via della guarigione".

Come per Alberto (il nome è di fantasia), 50enne e maestro di tennis che combatte le ultime linee di febbre leggendo libri e navigando su internet o Alessandra (la chiameremo così) 28 anni, infermiera in quello che era diventato reparto Covid di Parma. "Ho indossato il camice per la prima volta a febbraio, ho conosciuto solo il covid – racconta durante l’ecografia con il tablet in un salotto accogliente -. E’ stata dura, a volte andavamo avanti per inerzia, ma non vedo l’ora di riprendermi e tornare sul campo".