di Giuseppe Tassi Paulorrrosssi. Scritto e pronunciato così. Un’unica parola per raccontare un mito italiano, una sola emissione di voce in ogni angolo del mondo per celebrare l’inarrivabile Pablito di Spagna ’82. Quel nomignolo gli era rimasto appiccicato addosso dal Mundial argentino del ‘78, quando Bearzot decise di buttarlo nella mischia con Cabrini per costruire un’Italia giovane e spumeggiante, forse la più bella di sempre. Ma la vera leggenda di Paolo Rossi nacque il 5 luglio 1982, allo stadio Sarria di Barcellona. Un catino ribollente di umanità, con la torcida brasiliana pronta a celebrare l’ennesimo trionfo verdeoro al suono di un’orchestra viaggiante fra bellezze sculettanti sugli spalti. In tribuna stampa c’ero anch’io, giovane cronista, tra quella piccola schiera di giornalisti che si appellava al miracolo. L’Italia spenta ed esangue di Enzo Bearzot aveva superato la fase eliminatoria del Mundial come fosse un girone...

di Giuseppe

Tassi

Paulorrrosssi. Scritto e pronunciato così. Un’unica parola per raccontare un mito italiano, una sola emissione di voce in ogni angolo del mondo per celebrare l’inarrivabile Pablito di Spagna ’82. Quel nomignolo gli era rimasto appiccicato addosso dal Mundial argentino del ‘78, quando Bearzot decise di buttarlo nella mischia con Cabrini per costruire un’Italia giovane e spumeggiante, forse la più bella di sempre. Ma la vera leggenda di Paolo Rossi nacque il 5 luglio 1982, allo stadio Sarria di Barcellona. Un catino ribollente di umanità, con la torcida brasiliana pronta a celebrare l’ennesimo trionfo verdeoro al suono di un’orchestra viaggiante fra bellezze sculettanti sugli spalti. In tribuna stampa c’ero anch’io, giovane cronista, tra quella piccola schiera di giornalisti che si appellava al miracolo.

L’Italia spenta ed esangue di Enzo Bearzot aveva superato la fase eliminatoria del Mundial come fosse un girone infernale. Calcio asfittico e stanco, pareggi senza gol, una squallida esibizione contro il Camerun come ultimo atto per ottenere la qualificazione. Ma nel passaggio dal fresco di Vigo al caldo di Barcellona gli azzurri avevano improvvisamente guadagnato smalto e vigore. Sei giorni prima avevano sorprendentemente battuto l’Argentina (2-1 gol di Tardelli e Cabrini, con Gentile gigantesco nell’annullare il fenomeno Maradona). Ma adesso davanti all’Italia si stagliava la sagoma imponente del Brasile, il grandissimo Brasile di Zico, Falcao e Socrates, forse la squadra più forte di sempre nella storia del mito verdeoro. Sotto la guida di Tele Santana quel complesso giocava un calcio formidabile, un vero e proprio ‘futbol bailado’ come lo chiamano i brasiliani, spettacolo tecnico allo stato puro. Per gli italiani, secondo i pronostici, non c’era scampo.

Anche perché al vertice dell’attacco il Vecio si ostinava a confermare quel ragazzino ossuto e dalle occhiaie profonde che le telecamere inquadravano in modo impietoso. Anche il suo contagioso sorriso sembrava spento.

Ma nessuno aveva fatto i conti con il carattere di Paolo Rossi, la sua forza di volontà, la disperata voglia di riemergere. Nascosto fra le pieghe del mondiale, atteso con pazienza certosina da Bearzot, Pablito era una gigantesca incognita, un pallido fantasma alla ricerca di se stesso. Le ombre del calcioscommesse, il processo e la squalifica lo avevano tenuto troppo a lungo lontano dal campo. E la stampa continuava a chiedersi perché Bearzot fosse così ostinato a confermare quel centravanti sottile come cartavelina.

Ma la rabbia di Paolo covava sotto la cenere e quel talento naturale per il gol non poteva restare ingabbiato dalla paura. All’improvviso, proprio in quella magica partita che sarebbe passata alla storia del pallone, Rossi tornò Pablito.

Il Brasile danzava e giocava calcio superbo, ma nella sua alterigia si concedeva peccati difensivi, momenti di amnesia. E Paolo Rossi, veloce come un felino, velenoso come un cobra, si buttò su ogni pallone utile, strappò i segreti al tempo per rubare l’attimo fuggente. Italia-Brasile consacrò il mito di Pablito: suo il primo gol di testa su cross di Cabrini dalla sinistra, suo il nuovo vantaggio azzurro, su contropiede folgorante, dopo il temporaneo pareggio di Socrates. Pablito, veloce come un rapace, piombò su una palla malamente giocata da Junior in fase di disimpegno. Il suo scatto fu fionda e catapulta e il destro una sentenza.

La svolta che rese epico il pomeriggio del Sarria arrivò quando il regale Falcao violò la porta azzurra per la seconda volta. Il 2-2 sapeva già di condanna per l’Italia di Bearzot ma Zoff fece collezione di miracoli fra i pali, evitando il vantaggio verdeoro. E Pablito trovò il terzo, incredibile, acuto nel cuore dell’area avversaria. Un tocco al volo con tempismo diabolico per girare in porta un fiacco tiro di Tardelli.

Fu il segnale dell’apoteosi, il gesto che incorniciò una giornata memorabile. I tifosi italiani cominciarono a cantare sugli spalti, sovrastando l’onda verdeoro. E la Spagna impazzì per il nuovo eroe. ‘’Paulorrrossiiiii!’ lo ribattezzarono i telecronisti "que maravilla de jugador, que incanto". Pablito fu eletto ‘hombre del partido’, e in breve tempo diventò l’uomo del mondiale, cavalcando una magia che solo il calcio sa produrre. Dentro ogni area di rigore, nelle mischie più avvelenate, nei momenti scanditi dal destino sbucava sembre quel ciuffo di capelli incolti e quella maglia numero 20. Con due gol alla Polonia in semifinale e uno alla Germania nella finale di Madrid, Pablito divenne capocannoniere del Mundial e mito incarnato dell’Italia bearzottiana.

E il suo nome, pronunciato tutto d’un fiato, è stato per anni il passaporto di simpatia e notorietà degli italiani in ogni angolo del mondo.