Marcella Cocchi Viene da mettersi in fila con i disillusi e sbelicarsi dal ridere come fanno da anni i messinesi quando l’ultimo politico tira fuori l’ultimo piano del ponte sullo Stretto. Ci scusino i tanti staffettisti di questa leggenda che va avanti dalla Prima guerra punica e che si nutre di versioni aggiornate (a...

Marcella

Cocchi

Viene da mettersi in fila con i disillusi e sbelicarsi dal ridere come fanno da anni i messinesi quando l’ultimo politico tira fuori l’ultimo piano del ponte sullo Stretto. Ci scusino i tanti staffettisti di questa leggenda che va avanti dalla Prima guerra punica e che si nutre di versioni aggiornate (a una o a più campate), di miti come l’ipotesi sotterranea, di centinaia di studi sulla fattibilità rimasti nei cassetti, di una società sempreverde e inconcludente come la Stretto di Messina S.p.a., di promesse politiche: Mussolini ("Dopo la vittoria getterò il ponte..."); Craxi ("Sarà pronto entro il 1994"); Berlusconi lo evocava per ogni elezione ("Così se ho un’amante dall’altra parte dello Stretto..."); poi Renzi; il ’ni’ di Conte. La destra ci ha sempre visto una specie di vaso di pandora del sottosviluppo del Sud. La sinistra e Monti lo hanno sempre osteggiato.

Il ponte è come il caviale – sintetizzava la dem siciliana Anna Finocchiaro – ma il pane sono le strade, le ferrovie che ancora mancano, le incompiute. Tesi forse più convincente. Al ministro Giovannini, che ha rilanciato il sogno di unire Scilla e Cariddi, va dato atto che una differenza sostanziale rispetto al passato ora c’è: i soldi del Recovery. Eppure i disillusi hanno tante ragioni. La geologia: mai terremoto fu più catastrofico di quello del 1908 di Messina. La seconda è la tesi Finocchiaro: non è la priorità. La terza è storica. Nel 1950 il progetto dell’americano Steinman fu salutato così: "Forse la Sicilia non sarà più un’isola". Ecco, la Sicilia è rimasta un’isola, ma nel frattempo è venuto giù il ponte Morandi.