Viviana

Ponchia

Il software non fa ballare il tavolino. Chiede solo immagini, registrazioni vocali, lettere, messaggi elettronici. Tutto ciò che sia appartenuto a chi non c’è più e possa resuscitarlo. Il resto lo fa lui, mescola come un minipimer anche le bucce del ricordo e consegna l’avatar di chi abbiamo amato. Non uno spirito spaesato ma un essere parlante e artificialmente intelligente con cui fare quattro chiacchiere. Microsoft ha già pronto il brevetto di un programma che simula conversazioni (in gergo chatbot) dalle potenzialità estreme. In teoria oltre che con la nonna scomparsa potremmo dialogare con Napoleone e addirittura con il nostro doppio. Anche solo l’idea è da maneggiare con cura.

Non so cosa darei per un’ora con mia madre ma so che non vorrei sentirmi ripetere: mangia che sei troppo magra. Da lei pretenderei un reportage del luogo in cui si è trasferita, particolari morbosi, tutte cose che non potrebbe darmi oltre a quelle che sono blindate nel mio cuore. Però capisco. Cercare un contatto con i defunti è un vizio che l’essere umano non riesce a superare. Ha fatto la fortuna dello spiritismo da banco e del cinema (come poteva Demi Moore non accorgersi del fantasma di Patrick Swayze?) con risultati sempre deludenti. La tecnologia gioca l’ultima carta. Ma non deve permettersi di sottovalutare i morti: se vogliono una lingua la trovano da soli, nei segni e nei sogni. E se stanno zitti è perché non hanno più niente da dire.