di Paolo Galliani Lesa maestà. Perché in un Paese laico e repubblicano come la Francia, niente è più regale dello Champagne e nulla è più oltraggioso dello sgarbo che Vladimir Putin ha appena fatto a uno dei capisaldi assoluti e identitari dell’art de vivre e della gastronomie d’Oltralpe. Brutto colpo per la patria di Victor Hugo che, giorni fa, aveva subìto l’onta della débâcle calcistica agli Europei e, adesso, vede considerare le sue mitiche bollicine affinate da almeno 3 secoli grazie alle uve Chardonnay e Pinot come semplici "vins petillants", vini frizzanti, insomma "spumanti", privati dello status symbol...

di Paolo Galliani

Lesa maestà. Perché in un Paese laico e repubblicano come la Francia, niente è più regale dello Champagne e nulla è più oltraggioso dello sgarbo che Vladimir Putin ha appena fatto a uno dei capisaldi assoluti e identitari dell’art de vivre e della gastronomie d’Oltralpe.

Brutto colpo per la patria di Victor Hugo che, giorni fa, aveva subìto l’onta della débâcle calcistica agli Europei e, adesso, vede considerare le sue mitiche bollicine affinate da almeno 3 secoli grazie alle uve Chardonnay e Pinot come semplici "vins petillants", vini frizzanti, insomma "spumanti", privati dello status symbol terminologico che certifica il loro posizionamento sul mercato. Proprio così.

Il presidente russo ha firmato una legge che permetterà ai modesti prodotti della madre patria di essere appunto citati e venduti come "Champagne", termine che, scritto in cirillico, secondo il sito Sputnik, sarebbe stato utilizzato già ai tempi dell’Unione Sovietica per indicare una bevanda frizzante e fermentata nelle distillerie locali e proposta ai consumatori in poche settimane.

Un affronto che ha subito scatenato l’indignazione di Parigi e in particolare di Lvmh che produce Moët et Chandon, Veuve Cliquot e Dom Perignon. Il colosso francese del lusso, tramite la filiale Moët-Hennesy che è il suo braccio operativo nel settore Wines&Spirits, ha reagito con una missiva di fuoco, ripresa dal quotidiano economico russo Vedomosti, nella quale si annuncia la decisione, seppur temporanea, di fermare l’export di champagne in Russia in attesa di un compromesso risolutivo che non violi la famosa "appellation d’origine contrôlée" attribuibile unicamente alle Maison e ai vignerons che lavorano le uve della regione omonima del nord-est della Francia.

Nelle ultime ore, stampa e tv francesi hanno largamente cavalcato il risentimento nazionale contro l’uscita di Putin, senza mancare di ricordare le attese per il 2021 dei produttori di Champagne dopo la batosta del 2020, quando avevano dovuto pagare dazio alla pandemia globale (100 milioni di bottiglie in meno rispetto al 2019).

E intanto, fanno sapere da Coldiretti, negli ultimi tre mesi c’è stato un aumento record del 37% nelle esportazioni di bottiglie di spumante italiano, con la Russia classificata al quarto posto tra i principali consumatori delle bollicine nostrane, dopo Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna.

Feriti nell’orgoglio e orfani di una grandeur militare che ormai esiste solo tra le pagine dei libri di Storia, i francesi dovranno affidarsi alle armi innocue della diplomazia. E cartesiani come sono, vincere la loro guerra con l’arte della seduzione commerciale.

Del resto, facile trattandosi di un vino mitico, identificato anche dall’élite di Mosca e San Pietroburgo come l’emblema della follia festaiola d’alta gamma. E comunque necessaria per battere un personaggio come Putin, poco incline ai ripensamenti. Se necessario, curioso paradosso, scomodando la celeberrima frase di uno straniero, stavolta irlandese, lo scrittore Oscar Wilde, che amava scrivere "Solo chi manca di fantasia non trova una buona ragione per bere Champagne". Quello vero, bien sûr!