8 apr 2022

Papà uccise il figlio, l’Europa condanna l’Italia

La Corte di Strasburgo: lo Stato non ha protetto quella famiglia. Il 37enne era stato denunciato per maltrattamenti dalla compagna

Niccolò Patriarchi prima della tragedia con la compagna Annalisa e i due figli
Niccolò Patriarchi prima della tragedia con la compagna Annalisa e i due figli
Niccolò Patriarchi prima della tragedia con la compagna Annalisa e i due figli

di Stefano Brogioni

FIRENZE

Niccolò Patriarchi sta scontando vent’anni di galera per aver ucciso a coltellate il figlio Michele di appena un anno. Quella stessa sera, nel piccolo borgo di Sant’Agata, in Mugello, poteva ammazzare anche l’altra figlia, poco più grande, e la compagna Annalisa, se solo quest’ultima non avesse avuto la prontezza di mettere in salvo l’altra creatura e sè stessa.

Ma prima del drammatico settembre 2018, in quella famiglia c’erano già state brutte avvisaglie. Il febbraio precedente, la donna aveva denunciato Patriarchi e la procura aveva aperto un fascicolo per maltrattamenti e lesioni. Ma, come spesso accade, la situazione sembrava essere tornata tranquilla: dopo qualche settimana, il convivente era rientrato in famiglia l’aggressività di quella sera sembrava solo un ricordo.

Per la Corte Europea dei diritti dell’uomo, lo Stato Italiano avrebbe dovuto fare di più, per proteggere la madre e i due figli da Patriarchi. "I procuratori – si legge nella sentenza – sono rimasti passivi di fronte ai gravi rischi che correva la donna e con la loro inazione hanno permesso al compagno di continuare a minacciarla e aggredirla". Lo Stato, condannato per aver violato il “diritto alla vita“ (tutelato dall’articolo 2 della Convenzione firmata dagli Stati membri nel 1950), dovrà versare alla donna 32mila euro per danni morali.

"Una sentenza molto interessante e per certi versi dirompente, che impone allo Stato italiano un rafforzamento delle misure di protezione delle vittime di reati violenti", commenta l’avvocato Massimiliano Annetta, legale, con la collega Roberta Rossi, di Annalisa Landi.

Nel ricorso, è stato ricordato alla Cedu che le denunce erano iniziate sin dal 2015. Anche se, come fa sapere la procura, le querele erano state poi ritirate dalla donna: argomento che è stato usato dall’Italia a sua difesa. "La motivazione portata dallo Stato è inaccettabile – replica il legale – perché lo Stato ha comunque il dovere di capire cosa sta accadendo in questi casi, c’è anche un passo della sentenza della Cedu che critica questa linea di difesa".

Secondo la sentenza della Corte di Strasburgo, le autorità italiane avrebbero dovuto adottare misure di protezione verso la donna e i suoi figli, "indipendentemente dalla presentazione di denunce e indipendentemente dal fatto che fossero state ritirate, o del cambiamento di percezione del rischio da parte della vittima".

Dopo l’omicidio, Patriarchi, oggi 37enne, venne sottoposto a una perizia psichiatrica, che ne decretò una parziale infermità mentale. Appena un mese fa, ha chiesto la grazia al Presidente della Repubblica. Interpellati per un parere, come da prassi, Annalisa e i suoi familiari si sono opposti a questa possibilità.

Sarebbe un’ulteriore ferita sopra a quelle che hanno menomato, dentro e fuori, una giovane mamma.

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