Condividere la proprietà "non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro": con questa forte affermazione papa Francesco ha riaperto il tema della giustizia sociale, che già aveva sviluppato nell’enciclica "Fratelli tutti", richiamando alla memoria dei fedeli il comportamento delle prime comunità cristiane, da sempre considerato modello da imitare. Perfettamente coerente con le parole dure che Gesù dedica ai ricchi nella sua predicazione, in una vita che dà prova continuamente di privilegiare i poveri. Anzi, i più poveri, spesso portati ad esempio ai ricchi, che nei vangeli sono le vedove e gli orfani. Non a caso coloro che non hanno più famiglia, segnalando così nella famiglia la prima...

Condividere la proprietà "non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro": con questa forte affermazione papa Francesco ha riaperto il tema della giustizia sociale, che già aveva sviluppato nell’enciclica "Fratelli tutti", richiamando alla memoria dei fedeli il comportamento delle prime comunità cristiane, da sempre considerato modello da imitare. Perfettamente coerente con le parole dure che Gesù dedica ai ricchi nella sua predicazione, in una vita che dà prova continuamente di privilegiare i poveri. Anzi, i più poveri, spesso portati ad esempio ai ricchi, che nei vangeli sono le vedove e gli orfani. Non a caso coloro che non hanno più famiglia, segnalando così nella famiglia la prima comunità di soccorso per gli esseri umani, alla quale si deve aggiungere la più vasta comunità di appartenenza, cioè quella cristiana dove, proprio come in una famiglia, tutti sono considerati fratelli perché figli di Dio.

Ma veramente nelle prime comunità cristiane i beni erano stati messi in comune? La questione è molto discussa, anche perché condividere i beni – ovviamente nella misura in cui ciascuno ritiene giusto – non coincide con l’abolizione della proprietà privata, ma suggerisce piuttosto che sui più ricchi ricadesse la responsabilità di aiutare i poveri. Anche se negli Atti degli apostoli, letti ieri nelle chiese, si accenna a qualche caso di conduzione in comune dei beni, non si sa quanto realmente attuato, di certo la prospettiva di rinunciare al proprio patrimonio non avrebbe invogliato tante persone ad abbracciare la fede cristiana.

Con ogni probabilità l’aiuto ai poveri era praticato, liberamente e forse anche generosamente, ma in totale libertà, tanto che questo parziale discostamento dalla severità del testo evangelico aveva provocato delle proteste se, già verso la fine del II secolo Clemente Alessandrino sentì la necessità di misurarsi in una riflessione su questo tema. Nello scritto intitolato Quale ricco si salva infatti interpretò in modo accomodato le parole di Gesù sulla ricchezza: al cristiano ricco non si chiede di rinunciare alla propria ricchezza, ma di farne buon uso, soprattutto a beneficio dei fratelli di fede meno abbienti.

Un’ampia documentazione prova che l’indicazione era messa in pratica anche a livello comunitario: a metà del III secolo la comunità cristiana di Roma grazie ai fratelli più ricchi era in grado di assistere in modo sistematico ben 1.500 cristiani indigenti. Lo storico Peter Brown, che ha studiato il rapporto fra il cristianesimo nascente e ricchezza, sottolinea come merito del cristianesimo sia stato soprattutto quello di creare nuove strutture sociali, che rispondevano alla guida della chiesa e garantivano cura e protezione dei poveri a spese della comunità. Non più quindi iniziative dei singoli, ma un’organizzazione istituzionale che si sostituisce alla scelta individuale. In ogni caso il cristianesimo delle origini era ben diverso dal comunismo, come giustamente ricorda il Papa: nessuno aveva abolito il diritto di proprietà, nessuno pensava che un nuovo sistema sociale potesse eliminare la povertà.

Il rapporto con i poveri è sempre legato a una scelta: alla misericordia, alla carità. Proprio quella carità tanto disprezzata dalle ideologie politiche dell’Ottocento e del Novecento, che pensavano di possedere la ricetta del paradiso in terra. Proprio per questo Giovanni Paolo II, acerrimo nemico del comunismo, fu anche critico nei confronti del capitalismo egoista, chiuso in spietate logiche di puro profitto.