Papa Francesco in una piazza San Pietro deserta (Ansa)
Papa Francesco in una piazza San Pietro deserta (Ansa)

Le immagini – magnifiche e terribili – del Papa solitario in preghiera in una piazza San Pietro deserta e surreale non solo passeranno alla storia, ma nella storia stessa non hanno alcun precedente: né per drammatica bellezza, né per forza evocativa. Sembrava che le forze del Cielo e della Terra si fossero messe d’accordo per concorrere ad allestire uno scenario apocalittico: il buio che scende eppure anche una luce che resiste, la pioggia, il silenzio. E un solo essere umano presente: il Vicario di Cristo. Il Pontefice, termine che definisce colui che "fa da ponte" fra gli uomini e Dio. 

"Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?", grida l’Innominato al cardinal Federigo ed è il grido di tutti gli uomini di ogni tempo. Dov’è questo Dio? Se esiste, perché si nasconde? Non ho mai pensato che l’umanità si possa dividere in ‘credenti’ e ‘non credenti’. Dubbio e certezza (o forse sarebbe meglio dire speranza) albergano nel cuore di ciascuno di noi. Qualcuno diceva che la fede stessa è ventitré ore e cinquantanove minuti di buio e un minuto di luce. La preghiera dell’altro ieri pomeriggio di Francesco – resa ancora più forte da una concessione dell’indulgenza plenaria che anch’essa non ha precedenti, e che ci ha richiamati quasi a un’imminenza del Giudizio – scuote tutti gli uomini del nostro tempo. Uomini che da un pezzo si erano convinti che la religione fosse qualcosa da riporre fra le anticaglie inutili. La Scienza, la Tecnica, il Progresso, l’Economia, in definitiva l’Uomo è il nuovo Dio, il padrone di se stesso e l’arbitro del futuro. 

Oggi miliardi di uomini e donne – ripeto: non esistono, soprattutto in questi frangenti, le categorie di credenti e non credenti – tornano invece a prendere atto dell’inevitabilità di una dipendenza. Non ci siamo fatti da sé, e ci accorgiamo ora che la nostra condizione è così fragile che abbiamo, ogni giorno, il bisogno di essere in qualche misura ri-creati, cioè abbiamo bisogno ogni giorno di qualcuno che ci faccia di continuo.

I tagliagole dell’Isis, dei quali non si sentiva la mancanza, hanno interpretato l’epidemia come un castigo di Dio contro i popoli infedeli. Il Papa – che crede in un Dio che si è fatto crocifiggere per noi, e non in un castigatore – ha detto invece una cosa molto diversa. E cioè che questo flagello non è un giudizio del Cielo, ma un richiamo a noi affinché possiamo giudicare il modo in cui stavamo vivendo. Quando passerà questo incubo, la ricostruzione di cui avremmo più bisogno sarà proprio la presa d’atto della necessità, per tutti noi, di un cambiamento. Credere è difficilissimo. Ma sentire – anzi, riconoscere – il bisogno di qualcuno che ci salvi, è un dato di realtà.

E chi ci può salvare? Dal virus, gli scienziati: con un vaccino e ancor prima con farmaci efficaci di pronto intervento. Dalla crisi economica la Bce, l’Europa, forse anche la Cina e la Russia e i soliti americani, e infine la nostra grande voglia di ricostruire. E un giorno ripartiremo, e arriveremo magari a star meglio di oggi. Ma a tutti coloro che in queste settimane sono morti, che gli frega della Bce e dell’Europa, della Russia e della Cina e dell’America? E che gli frega perfino del vaccino? Sono ormai sotto terra, e i loro cari stanno appena sopra, a piangere. Ecco, è su questo limite invalicabile che la preghiera del Papa dell’altra sera – e le messe e i rosari e le veglie diventate all’improvviso fra i programmi televisivi più visti – ha una parola che nessun altro può offrire. Né lo scienziato né l’economista né alcun potente della Terra.

Quando torneremo a star bene, torneremo anche a ridere di queste preghiere e di questi rosari, per non parlare di queste indulgenze, le quali sono un estremo appello alla misericordia divina in un momento in cui non si ha nemmeno la possibilità di andare a confessarsi (c’è un magnifico racconto di Buzzati su questo, sulla fine del mondo che arriva e tutti prendono d’assalto i confessionali come oggi noi prendiamo d’assalto i supermercati). Torneremo a ridere di tutto questo, e lo dico senza tirarmi indietro, perché mi riconosco in pieno fra i meschini che pregano quando hanno bisogno. Ecco, quando torneremo a ridere di tutte queste ‘superstizioni’, ci farà bene rivedere le immagini dell’apocalittica preghiera di un vecchio vestito di bianco, in una piazza deserta, il tardo pomeriggio di una maledetta primavera.