S’intitola 'Dietro le quinte delle mie paure' il libro scritto da Paola Perego per raccontare un segreto che non aveva mai rivelato: gli attacchi di panico che l’hanno perseguitata per quasi trent’anni. Perché ha deciso di raccontare adesso del problema che la fa soffrire da quando aveva 16 anni? "Io ne sono uscita ormai da una decina di anni, e sono la prima a dire a tutti che, quando si hanno gli attacchi di panico, bisogna parlarne, non bisogna vergognarsi. Però ero io la prima a non farlo". Nel libro lei spiega che non ne parlava perché aveva paura di essere giudicata male. "Succede a tutti quelli che hanno gli attacchi di panico. Perché, nel momento in cui ti fai controllare da un medico che ti dice ‘Lei non ha niente’, tutti tendono a dirti: ‘Ma su, devi reagire, devi avere forza...

S’intitola 'Dietro le quinte delle mie paure' il libro scritto da Paola Perego per raccontare un segreto che non aveva mai rivelato: gli attacchi di panico che l’hanno perseguitata per quasi trent’anni.

Perché ha deciso di raccontare adesso del problema che la fa soffrire da quando aveva 16 anni?

"Io ne sono uscita ormai da una decina di anni, e sono la prima a dire a tutti che, quando si hanno gli attacchi di panico, bisogna parlarne, non bisogna vergognarsi. Però ero io la prima a non farlo".

Nel libro lei spiega che non ne parlava perché aveva paura di essere giudicata male.

"Succede a tutti quelli che hanno gli attacchi di panico. Perché, nel momento in cui ti fai controllare da un medico che ti dice ‘Lei non ha niente’, tutti tendono a dirti: ‘Ma su, devi reagire, devi avere forza di volontà’. Ma la forza di volontà non basta. Oggi sono due milioni di persone a soffrirne in Italia".

Come è guarita?

"Con una terapia farmacologica e con la psicoterapia cognitiva. La prima per poter vivere, altrimenti resti paralizzata. La seconda serve ad avere gli strumenti per affrontare gli attacchi di panico. Al di là delle modificazioni chimiche che avvengono nel cervello, l’attacco di panico ha sempre anche una motivazione psicologica".

Le sue quali erano?

"La principale è che non mi conoscevo. Io ero quella che gli altri volevano che io fossi, e quindi, quando stavo da sola, avevo paura perché stavo con una sconosciuta. Saper riconoscere i miei desideri, i miei limiti, mi ha aiutato ad accettarmi e a non avere più paura".

Come e quando le è capitato il suo primo attacco?

"Ero con Luca, il mio fidanzato di allora, in macchina. Una serata come tante, e all’improvviso, all’ennesimo respiro, l’aria non è entrata. Ero convinta che stessi per morire. E poi il panico, il formicolio alle mani, la sudorazione, le gambe che tremano, il cuore che batte fortissimo. È una sensazione di morte imminente".

E quando il medico le disse che non aveva niente...

"Peggio, perché tu speri di avere una malattia vera. Mi sentivo impotente perché nessuno poteva aiutarmi. E anzi ti nascondevi perché, se no, poi ti dicevano che eri debole, che non avevi abbastanza forza di volontà".

Lei viveva nella paura della paura.

"L’attacco di panico è così spaventoso che vivi nella paura folle che ti possa ritornare. Non vivi mai tranquilla. Il primo pensiero alla mattina, e l’ultimo prima di dormire, è quello".

Di quanti attacchi era vittima?

"Uno al giorno, anche due. A furia di pensarci te li fai venire, a meno che tu non sia sotto cura farmacologica. I farmaci ti permettono di non pensare, di fare una vita abbastanza normale".

Nessuno si accorgeva del suo dolore.

"Nessuno. Mi dicevano solo che ero un po’ distaccata".

Lei infatti è stata spesso definita come algida, distaccata, fredda...

"Dovevo tenere tutto sotto controllo. Lavorare mi faceva bene perché recitavo il ruolo della brava presentatrice, e quindi ero un po’ fuori da me. La brava presentatrice non contempla le emozioni".

Nel libro racconta anche la sua storia d’amore tormentata con Andrea Carnevale. Perché?

"Perché fa parte del percorso degli attacchi di panico. Ricevo tantissimi messaggi da persone che soffrono della stessa patologia. Quando parli di un argomento del genere, o dici tutto, o è inutile scrivere un libro. E anche per far capire che davanti alle sofferenza siamo tutti uguali. Non è che se uno lavora in tv è indenne da certe cose".

Lei chiama ‘Il Mostro’ gli attacchi panico.

"Per me era come se vivessi con questo mostro accanto che mi poteva attaccare in qualsiasi momento. Prima d’ora non l’avevo mai raccontato a nessuno. Non ne avevo mai parlato nemmeno ai miei figli. Spesso , quando erano piccoli, non potevo accompagnarli perché non riuscivo a guidare. Allora raccontargliele mi è sembrato giusto".

Come hanno reagito?

"È cambiato l’atteggiamento nei miei confronti. Sono un po’ più indulgenti. Anche mio figlio Riccardo ne ha sofferto. Però ha accettato di curarsi subito e in un anno ne è uscito".