Marco Pantani a Courchevel il 16 luglio 2000 (Ansa)
Marco Pantani a Courchevel il 16 luglio 2000 (Ansa)

Roma, 16 aprile 2019 - Marco Pantani non sarebbe stato solo al momento della sua morte. "Qualcuno era con lui", dichiara Umberto Rapetto, già generale di brigata della guardia di finanza e consulente della famiglia Pantani davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Si riaccendono così i riflettori sulla scomparsa del campione di Cesenatico, trovato senza vita nella stanza di albergo nel Residence Hotel Le Rose, a Rimini, il 14 febbraio 2004. Rapetto ha messo in evidenza due particolari che lasciano intendere come il ciclista non fosse solo quando è morto: "le macchie di sangue" e e la posizione del braccio al momento del ritrovamento del cadavere. "Non si può pensare che sia stato lo stesso ciclista a spostarlo", ha detto.

L'ex generale ha voluto anche porre l'attenzione sulla presenza di un "enorme grumo di sangue sul pavimento con al centro una pallina bianca, intonsa, perfettamente bianca". Per Rapetto "è uno dei grandi misteri: nonostante sia stata nel sangue, la pallina non ne era stata intaccata".

"C'erano dei sotterranei nell'albergo"

"Si dice che Marco Pantani sia sempre stato in quella stanza (in cui è stato trovato senza vita ndr) e che era solo", ha detto ancora Rapetto. "Eppure andando a scavare alcuni giornalisti hanno scoperto che lui da quella stanza è uscito". Quindi ha fatto notare che l'hotel in cui il campione alloggiava aveva "dei sotterranei e un garage, era un albergo usato forse anche per passare qualche ora in intimità, l'accesso dal garage era fuori da qualunque controllo".

QUELLE RICHIESTE ALLA RECEPTION - E ancora, Rapetto si sofferma sul fatto che Pantani chiese più volte alla reception, il giorno della morte, di chiamare i carabinieri "perchè c'è qualcuno che dà fastidio". Quel qualcuno, osserva l'ex generale, "potrebbe essere arrivato dal garage. Le Iene hanno sentito la ragazza all'ingresso dell'hotel e il proprietario: nessuno ricorda nulla nè ha idea del perchè non si sia dato luogo ad una richiesta di aiuto tanto insistente". 

L'OMBRA DELLA CRIMINALITA' ORGANIZZATA - Nell'audizione si è anche fatto riferimento ai possibili interessi della criminalità organizzata sulle scommesse e i possibili collegamenti con la morte del ciclista: dopo la squalifica Pantani "non riusciva ad accettare quella che era già nata come una condanna senza appello", ha detto Rapetto. "Voleva trovare elementi probatori per dire che non c'entrava nulla", ha aggiunto.

"SAPEVA DEI TEST" - E infine la questione dei test antidoping. Per i consulenti della famiglia "Pantani sapeva benissimo che tutti i prelievi venivano fatti sui primi dieci. Non sarebbe mai stato così stupido da esporsi a un rischio così grande", affermano Rapetto e l'avvocato Cocco. "Delle 10 provette - fanno notare i consulenti - una sola è stata trattata secondo procedura, le altre non risultavano conformi agli standard. Tutto questo merita comunque un approfondimento per capire se il ciclista era effettivamente dopato o no". 

"TESI SULLA MORTE NON PIU' SOSTENIBILE" - Per l'avvocato della famiglia Pantani, Antonio de Rensis, l'audizione di Rapetto "rappresenta un momento molto importante, fondamentale per cercare finalmente, con la giusta determinazione, la verità sulla morte" del ciclista. "Riteniamo - osserva il legale - che la Commissione Antimafia saprà ricercare e approfondire i tanti elementi emersi in questi anni, che rendono ormai non più sostenibile la tesi ufficiale sulla morte del campione".