di Andrea Fiori Quando ha rivisto il suo bambino, è esplosa in un urlo di felicità. Poi l’ha stretto forte forte, riso e pianto, mescolato con lui lacrime e baci, accarezzato lentamente, con dolcezza, come per ritrovare i tratti del suo volto. E l’ha guardato nel profondo dei suoi occhioni sgranati, traboccanti di gioia. Otto mesi di lontananza finiscono così. In una stanza del polo sociale, sotto le luci fredde dei neon che – durante quell’abbraccio fugace, durato un attimo ma lungo una vita intera – sembrano emettere tutto il calore del Natale, di una Betlemme dei nostri tempi. Il...

di Andrea Fiori

Quando ha rivisto il suo bambino, è esplosa in un urlo di felicità. Poi l’ha stretto forte forte, riso e pianto, mescolato con lui lacrime e baci, accarezzato lentamente, con dolcezza, come per ritrovare i tratti del suo volto. E l’ha guardato nel profondo dei suoi occhioni sgranati, traboccanti di gioia.

Otto mesi di lontananza finiscono così. In una stanza del polo sociale, sotto le luci fredde dei neon che – durante quell’abbraccio fugace, durato un attimo ma lungo una vita intera – sembrano emettere tutto il calore del Natale, di una Betlemme dei nostri tempi.

Il distacco tra la giovane mamma e il suo bambino di cinque anni era stato drammatico. La donna, originaria della Costa d’Avorio, aveva deciso di raggiungere il marito in Francia. Preso il bambino, salutata la famiglia, era partita – con tanti altri – per un viaggio della speranza. In Tunisia sarebbe salita su un barcone, direzione Sicilia.

È in Africa, durante l’avventuroso viaggio per le coste tunisine, tra volti sconosciuti, che la donna stringe amicizia con un’altra ragazza. Si incoraggiano a vicenda, si scambiano i numeri di telefono, si ripromettono di vedersi, chissà: il futuro è una scommessa.

Ma in Tunisia, al momento di salpare, accade l’imponderabile. Nella ressa e nella concitazione, tra ordini secchi, la giovane madre non riesce a salire sulla stessa imbarcazione su cui ha già trovato posto il bambino. Prova a salire, grida, il cuore è in tumulto. Vede, accanto al piccolo, la sua nuova amica. Fa solo in tempo a raccomandarle il figlio: "Non abbandonarlo, aspettami". Poi solo vuoto e paura.

Certe amicizie, nate per caso, sono più forti dell’avversa fortuna. La parola data più importante dei propri progetti di vita.

Nel giugno scorso, negli ambulatori dell’ospedale di Reggio, si presentano una giovane donna e un bimbo di cinque anni. Il piccolo non sta bene. "Lei è la mamma?", viene chiesto. E la donna – senza documenti – dice sì poi no: "Sono la zia". Alla fine racconta la verità, quella promessa solenne fatta a un’altra donna appena conosciuta: custodire il suo bambino.

Il Tribunale per i minorenni nomina un tutore e dispone accertamenti per verificare la veridicità della storia. C’è rischio che il piccolo sia stato abbandonato, addirittura rapito. Il Servizio sociale, intanto, sistema il bimbo e l’amica della madre insieme, in una struttura educativa.

In agosto, la novità: arriva una telefonata dalla madre. È ad Agrigento. Il Servizio sociale è prudente, ma le videochiamate con mamma e addirittura coi nonni ivoriani sciolgono tutti i dubbi: il bambino – che è sveglio e tenace e impara in fretta l’italiano – quando li vede è raggiante. È quella la sua famiglia. È tutto vero.

L’altro ieri, dopo otto mesi, l’incontro, l’intimità ritrovata, il pianto che emoziona tutti gli assistenti sociali. "Uno dei regali di Natale più belli per tutti noi", commenta il sindaco Luca Vecchi. Certo: il papà è lontano, in Francia. E allora ci saranno altre puntate, altri abbracci stretti stretti.