Il ministro Andrea Orlando, 52 anni
Il ministro Andrea Orlando, 52 anni
di Claudia Marin Riforma degli ammortizzatori sociali, con l’avvio di uno strumento di protezione universale per tutte le categorie di lavoratori (anche autonomi) e per tutte le imprese. Varo di misure di incentivazione straordinaria per l’assunzione di giovani e donne. È da qui che parte l’agenda delle emergenze del nuovo ministro del Lavoro, Andrea Orlando, nel primo video-incontro con i leader di Cgil, Cisl e Uil. Ma, almeno per ora, la sola cosa che appare definita è la scadenza per mettere a punto l’intero pacchetto, senza un accenno all’argomento più decisivo, e divisivo, per imprese e sindacati: la soluzione del nodo sulla fine del blocco dei licenziamenti fissato per fine marzo. "Dal confronto – avvisa il nuovo responsabile del dicastero di Via Veneto...

di Claudia Marin

Riforma degli ammortizzatori sociali, con l’avvio di uno strumento di protezione universale per tutte le categorie di lavoratori (anche autonomi) e per tutte le imprese. Varo di misure di incentivazione straordinaria per l’assunzione di giovani e donne. È da qui che parte l’agenda delle emergenze del nuovo ministro del Lavoro, Andrea Orlando, nel primo video-incontro con i leader di Cgil, Cisl e Uil.

Ma, almeno per ora, la sola cosa che appare definita è la scadenza per mettere a punto l’intero pacchetto, senza un accenno all’argomento più decisivo, e divisivo, per imprese e sindacati: la soluzione del nodo sulla fine del blocco dei licenziamenti fissato per fine marzo. "Dal confronto – avvisa il nuovo responsabile del dicastero di Via Veneto – sono emerse questioni molto serie e importanti, aggravate dalla crisi economica e sociale che colpisce il Paese e che richiedono risposte urgenti ed efficaci. Penso ai dati sulla disoccupazione che segnano un’impressionante crescita tra i giovani e le donne e che per questo reclamano misure urgenti e di respiro. Questo è l’orizzonte sul quale credo sia urgente iniziare a muoverci".

A ben vedere, la lista dei dossier economici più delicati e incandescenti aperti sui tavoli del premier Mario Draghi e dei suoi ministri economici è lunghissima e si amplia di ora in ora: da quelli specifici, come Ilva e Alitalia, a quelli più generali, come il nuovo decreto Ristori (che dovrà tenere conto anche dell’ultima chiusura degli impianti di sci) o il rinvio degli oltre 50 milioni di cartelle esattoriali e di atti tributari che da inizi marzo rischiano di piovere sulla testa degli italiani. Ma in cima all’elenco delle emergenze c’è sicuramente quella sociale e occupazionale, con la decisione-chiave da prendere su come gestire la fine del blocco dei licenziamenti. Orlando non vi fa cenno, per prudenza e perché sa che la materia è incandescente: "Sono in fase di ascolto", spiega.

I tre segretari, Maurizio Landini, Anna Maria Furlan e Pierpaolo Bombardieri, però è proprio da lì che prendono le mosse nel primo faccia a faccia virtuale. I sindacati chiedono la proroga secca del blocco dei licenziamenti almeno fino a fine giugno, con il contestuale allungamento della cassa integrazione per altre 26 settimane. Confindustria ipotizza uno stop selettivo del divieto (solo per le imprese in condizioni peggiori) da inizio aprile in avanti: per le associazioni imprenditoriali, insomma, va bene il divieto di licenziamento, con la cassa allungata, per il terziario, turismo, e altri settori messi malissimo, ma non va bene più per la metalmeccanica o il comparto alimentare.

Mario Draghi, però, sulla scorta delle indicazioni informali illustrate ai leader politici, si muoverà lungo una terza via: le aziende che possono ristrutturarsi devono poterlo fare senza vincoli, mentre tocca allo Stato accompagnare l’operazione con adeguate tutele per i lavoratori in uscita, anche e soprattutto attraverso una revisione radicale delle cosiddette politiche attive e, una volta fuori dalla fase emergenziale, anche dal riassetto del Reddito di cittadinanza.

Chi ha avuto modo di parlare con il premier incaricato in queste giornate, lo descrive preoccupato per la crisi sociale, ma anche deciso a mettere fine non appena sarà possibile agli enormi esborsi rivolti a fondo perduto (per le imprese) e a pioggia per gli ammortizzatori sociali. "Dobbiamo fare in modo che ogni euro speso in politiche del lavoro – ha spiegato ai suoi interlocutori – si trasformi in investimento in capitale umano". Il che significa: spendere in formazione, riconversione e riqualificazione professionale, non certo in interventi di mero sostegno al reddito. "Dobbiamo affrontare – ha incalzato l’ex presidente della Bce – il problema del lavoro che si rischia di perdere e bisogna creare nuovi posti di lavoro, aprendo i cantieri".